scritto da francesca il 24 03 2017

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Sono andato diverse volte a visitare gli ospiti di Villa Rosa. Appena entri un parco bellissimo, panchine, giardini con rose e siepi potate da gente di mestiere. In ogni angolo la classica fontanella con tanto di vaschetta artistica con pesciolini rossi. Prati rasati da un ”barbiere di qualità” che t’invitano e ti rilassano l’animo e lo spirito. Ordine e precisione ovunque. Sotto un grande abete, troneggia la statua del religioso fondatore: Ai suoi piedi neanche un fiore.
L’edificio è pitturato di un colore rosa tenue che si erge su tre piani e sovrasta i tetti delle abitazioni vicine. Mi decido ed entro: il personale di servizio è gentilissimo, ormai mi conoscono e ogni volta mi colpisce il profumo di pulito: una cinquantina Ospiti sono seduti sulle sedie allineate lungo le pareti del salone. Altre, ai tavoli, giocano a carte.

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Mi invitano a sedermi ma preferisco rimanere in piedi. Osservo una signora ben vestita, pettinata con gusto: le ciocche di capelli ancora neri, sono raccolti da uno spillo dorato. Tiene una borsetta di pelle sulle ginocchia; apre un borsello e con movimenti ben precisi si prilla una immaginaria sigaretta. Con calma inumidisce con la lingua quella che dovrebbe essere la cartina contenente il tabacco, si mette fra l’indice e il dito medio il lavoro completato e si porta le dita alle labbra .
Guarda ancora dentro il borsello e, finalmente, “trova” l’accendino. Si appoggia allo schienale della poltrona e aspira profondamente e soffia il fumo in alto compiaciuta. Scuote ogni tanto la sigaretta nel portacenere che, secondo lei, è sul tavolinetto vicino.
Mi guarda sorridendo, contraccambio il sorriso. Mi sento osservato dagli infermieri ma non posso abbandonare il dialogo muto fra me e la signora. Schiaccia la cicca nel portacenere e rimette tutto in ordine nel borsello, si sistema bene il guanciale e si addormenta. L’infermiera le copre le gambe con una copertina e mi dice: “ Visto? Fa’ sempre così”. Non rispondo.

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Un uomo mi tira per un braccio, vuole che lo accompagni fuori nel lungo loggiato dove sono altre persone: lo faccio volentieri; lo aiuto a sedersi sulla panca e rientro nel salone. Una musica allegra cerca di svegliare quelle persone assenti. Alcune ballano, altre sorridono, molti rimangono immobili. I volontari musicisti mi invitano, pensano che abbia portato il sax: faccio cenno di no. Non credo che gli ospiti di Villa Rosa abbiano voglia di suoni incisivi, forse sarebbe meglio una musica dolce, lieve, invece il volume è altissimo; martella i timpani. Vado dai “cantanti”, li invito a calare un po’ il volume e mi fermo un po’ con loro.

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Mi avvicino ad una signora che conosco, la saluto e risponde seccata: “Dove sei stato? E’ un mese che ti aspetto!”.
Non replico all’accusa e le chiedo se mi conosce: “ Certo che ti conosco, sei Mario? Paolo? Alfredo? Che importanza hanno i nomi? Qui siamo tutti uguali” E fissa una coppia che balla, applaude e impreca quando vede una suora. Poi ad alta voce che i vicini sentissero: “ Guarda come si è vestita quella cretina, non siamo mica a carnevale ?” Gli sfioro la faccia con una carezza e cerco di darle un bacio ma mi allontana bruscamente.
Capisco che la mia presenza la irrita, consegno all’infermiera un sacchetto con dei biscotti, caramelle e qualche succo di frutta che avevo comprato, faccio un cenno di saluto e esco da quel salone e mi avvio verso la macchina .
Varco il grande cancello e mi lascio alle spalle quella “Villa Rosa” ch’è diventata dentro il mio cuore tanto grigia.

 

Giulio Salvatori

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scritto da francesca il 20 03 2017

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Perché una lingua per ogni italiano ? Perché i nostri dialetti sono tantissimi, faccio un esempio : a Modena si parla ovviamente il dialetto modenese , a Carpi (20 km da Modena) si parla un dialetto modenese/reggiano/mantovano , a Castelfranco Emilia (12 km) un dialetto modenese/bolognese , a Mirandola (35 km) un dialetto modenese /ferrarese e a Sassuolo (18 km) un dialetto modenese/montanaro. Cambia un accento su di una vocale , si apre maggiormente la “a” , si chiude la “e” , ci sono doppie , insomma ci si capisce bene , ma sono idiomi diversi.
Tra tutte le nazioni europee l’Italia è il paese più frazionato nei suoi dialetti , è certamente una ricchezza per la molteplicità degli usi e dei costumi e soprattutto per la varietà e bontà della cucina.

Dante con il “volgare” iniziò ad introdurre una lingua unica “il dolce stilnovo” che nasceva dal toscano e che sarà in seguito la lingua che noi oggi comunemente parliamo . Le lingue latinizzate erano moltissime, tanti erano i popoli che abitavano la Penisola , per citarne alcuni : retici , veneti, illiri, galli, celti, liguri, etruschi, sardi, sanniti ,siconi ,umbri ecc. Questa mescolanza ha dato origine ai vari dialetti .

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Il plurilinguismo è rimasto ancora in molte regioni , soprattutto in quelle più isolate e con piccoli centri .

In fondo la parola “dialetto” viene dal greco “dialektos” (che significa lingua) ,poi dal latino “dialectus” ,che è lo specifico “parlare” di un luogo.

Molto della tradizione orale del passato viene dai dialetti che sono ancora la connotazione del territorio e la caratterizzazione di una comunità , soprattutto quella contadina che fino a cento anni fa era la forza lavoro predominante.

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L’Ascoli nel 1882 divide i dialetti italiani in quattro gruppi:

A- dialetti franco provenzali – ladini

B – dialetti gallo italici – dialetto sardi

C – dialetti veneti – dialetti centrali – dialetti meridionali

D – toscano

C’è una divisione anche del Pellegrini :

dialetti settentrionali

friulano

toscano

dialetti centromeridionali

sardo.

Anche le “maschere” caratterizzano luoghi e dialetti : Gianduia di Torino – Meneghino di Milano – Arlecchino e Brighella di Bergamo – Pantalone , Rosaura e Colombina di Venezia – Sandrone di Modena – Balanzone e Fagiolino di Bologna – Stenterello di Firenze – Burlamacco di Viareggio – Meo Patacca di Roma – Pulcinella di Napoli …tanto per citare le più famose.

Questi idiomi stanno perdendosi nella memoria dei vecchi e nelle tradizioni che ancora resistono. Sono pochissimi i giovani che parlano il dialetto , nell’ ambito familiare non si parla più . Molte sono ormai le famiglie composte da persone che vengono da parti diverse d’Italia, quindi per ovvie ragioni ci deve essere una unica lingua di comunicazione.

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Con l’arrivo degli immigrati , con lo spostamento degli italiani per motivi di lavoro e quindi l’abbandono di quei territori dove si poteva ancora sentir qualche parola in dialetto è difficile che questi idiomi che rappresentano le radici della nostra cultura e delle nostre tradizioni possano sopravvivere a lungo.

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Credo che un piccolo sforzo possiamo farlo noi “stagionati” , parlando il dialetto con i nostri nipoti , leggendo Trilussa e tutti i poeti dialettali , cercando di non far svanire quello che legava in modo indissolubile i nostri vecchi , per non smarrire quella saggezza che per tanti anni ha segnato un cammino.

Franco

scritto da francesca il 18 03 2017

INNAMORARSI A VERONA!!

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Sono una romantica, lo sapete, e così ho voluto andare ad “innamorarmi” a Verona. Ma vi porto con me…andiamo!

Verona è, nell’immaginario comune, la città degli innamorati per l’infelice storia di quell’amore contrastato, consumatosi in tragedia, di Giulietta e Romeo che il genio di Shakespeare ha fatto conoscere a tutto il mondo. A me, che l’ho visitata di recente, sono rimasti indelebili ricordi di una città dal grande fascino, suggestioni derivanti dalla splendida antica architettura che pervade tutta la città e dall’immenso patrimonio di cultura e arte che fondendosi nell’arco di un millennio offrono un panorama, quasi raro, di purezza artistica nella sua massima espressività.

Ma andiamo con ordine.

Il mio percorso, attraverso suggestivi vicoli e incantevoli piazze inizia in Piazza Bra. Era l’antica Piazza d’Armi con palazzi del ‘400 e ‘500 lungo i cui portici corre il “Liston”, il passaggio pubblico sempre animato.

LISTON

LISTON

Inevitabile il mio “incontro” con quello che è uno dei monumenti simbolo della città, l’ARENA, uno dei più antichi Anfiteatri Romani edificato nel 30 d.C., maestosa ed imponente mi appare in tutta la sua magnificenza.

ARENA

ARENA

La bellissima giornata di sole rende ancora più scintillante l’effetto cromatico del “rosa” della pietra veronese con la quale è rivestito l’esterno.
I lavori fervevano all’interno ed all’esterno dell’Arena per l’allestimento dell’opera che sarebbe andata in scena la sera stessa, LA TRAVIATA di Giuseppe Verdi (con l’onorevole presenza del Presidente della Repubblica).
Proseguendo per Via Mazzini ho due possibilità: visitare la casa di Giulietta col famoso balcone oppure accedere direttamente a Piazza delle Erbe.

CASA DI GIULIETTA

CASA DI GIULIETTA

Sono anche romantica, oltre amante dell’arte, e così decido di fare entrambe le cose. Mi dirigo al famoso n. 23 di Via Cappello (dalla famiglia Dal Cappello, divenuta poi Capuleti) e attraverso il portico d’ingresso, di epoca gotica, percorro il piccolo cortile e mi fermo proprio sotto il balconcino, teatro di romantici quanto segreti incontri dei due innamorati. Ammiro il bell’edificio dalle antiche mura che rievoca il fascino dell’epoca medievale.

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Nell’uscire mi accorgo delle migliaia di graffiti e bigliettini che ricoprono completamente le pareti del portico e penso che gli innamorati di tutto il mondo comunicano attraverso le medesime simbologie: a Roma c’è Ponte Milvio con quintalate di lucchetti e a Verona c’è casa di Giulietta per suggellare il “per sempre” di un amore. Immortalo il tutto all’interno della mia “digitale” e proseguo il mio percorso.

SAN ZENO MAGGIORE

SAN ZENO MAGGIORE

La Basilica di SAN ZENO MAGGIORE mi attende per “parlarmi” di grande arte. Si tratta di una delle più belle chiese romaniche d’Italia, una costruzione a tre navate e tre absidi, eretta nel primitivo nucleo dell’area cimiteriale romana e paleocristiana, vicina alla Via Gallica e dedicata al Vescovo Zeno, nel suo luogo di sepoltura, per conservarne memoria e reliquie. Osservandone l’armoniosità delle linee architettoniche e la sobrietà della decorazione (classico dello stile romanico) vengo attratta dall’imponente rosone, che i veronesi definiscono anche “ruota della fortuna”, vi sono raffigurate sei statue che rappresentano le alterne vicende umane.

FORMELLE DEL PORTALE BRONZEO DI S. ZENO

FORMELLE DEL PORTALE BRONZEO DI S. ZENO

Di notevole importanza e pregiatissima fattura è il “Portale bronzeo”, opera di diversi maestri, i cui rilievi, in bronzo appunto, costituiti da formelle con le scene della vita di Cristo, evidenziano stili diversi i cui personaggi trasmettono un’intensa carica emotiva. Brevemente cercherò di descrivervi una, delle centinaia di formelle, che più mi ha colpito: “La lavanda dei Piedi” (è la formella al centro, seconda partendo da sinistra in  alto). Gli apostoli, confusi dal divino gesto di umiltà, sono seduti sulla parte alta della lastra bronzea; in basso, la figura inginocchiata di Cristo, visto di schiena e dall’alto, si erge (e sembra un assurdo, considerati i canoni prospettici e l’obbligatorio vincolo di aderenza alla lastra..), accingendosi alla lavanda dei piedi del primo apostolo che con una mano solleva ginocchio e tunica. E sorge spontanea la naturalezza nel dare spazio a sentimenti ed emozioni che sembra quasi contrastare con i convenzionali schemi dell’epoca.

Entro nella Basilica e percorrendo le navate laterali ammiro l’”Altare rinascimentale”, gli Affreschi di scuola giottesca del XV secolo, i pannelli votivi di vari maestri anonimi che hanno costituito la storia della pittura veronese, l’altare barocco con una “Pietà” in pietra tenera dipinta, un importante affresco, la “Crocifissione” attribuito ad un grande pittore di scuola giottesca, Altichiero, l’Iconostasi con statue in marmo policrome, probabilmente di fattura tedesca, un monolite in porfido di enorme coppa proveniente da un edificio termale e la Cripta enormemente ricca di colonne e capitelli, molti provenienti da edifici precedenti, nella cui urna è custodito il corpo del Vescovo Zeno.

ANDREA MANTEGNA "MADONNA CON BAMBINO"

ANDREA MANTEGNA “MADONNA CON BAMBINO”

Ed eccomi davanti all’Altare Maggiore ed al capolavoro della pittura rinascimentale settentrionale, la meravigliosa “Pala del Mantegna”, uno stupendo trittico rappresentante una sacra conversazione di “Madonna con Bambino” al centro, e quattro santi su ciascun lato.

La Madonna è seduta su un trono, circondata da angeli, cantori e musici. Ai suoi piedi un lussuoso tappeto rosso e in alto, sotto a festoni vegetali ci sono putti che sorreggono cornucopie all’interno di un fregio dorato; al di sotto uno splendido cielo azzurro con nuvole bianche. I Santi dei dipinti laterali sono i Patroni di Verona, rappresentati con i libri in mano, secondo la regola benedettina “lectio divina”.
Proseguendo il mio percorso in questa straordinaria città giungo alla Chiesa di Sant’Anastasia, un bellissimo esempio di gotico italiano.

CHIESA DI SANT'ANASTASIA

CHIESA DI SANT’ANASTASIA

Gli Scaligeri, famiglia che intorno al 1290 governava la città di Verona, contribuirono, insieme ad altre famiglie veronesi, a far erigere questo sacro edificio la cui facciata, però, è rimasta tuttora incompiuta.

E’ la chiesa più grande di Verona e si sviluppa in tre grandi navate sorrette da 12 imponenti colonne di stupefacente marmo rosso.

Sul transetto si affacciano cinque cappelle, all’ingresso due “Acquasantiere”; una, opera dello scultore Paolo Orefice (1591), l’altra dovuta allo scalpello di Gabriele Caliari, padre del pittore Paolo Caliari, detto il “Veronese” (1495).

ACQUASANTIERA

ACQUASANTIERA

ACQUASANTIERA

ACQUASANTIERA

Anche qui ammiro prestigiosi “altari”, opere delle celebri scuole del Sansovino e del Sanmicheli. Ma l’opera più importante si trova sopra l’arco d’ingresso della Cappella Pellegrini, è un affresco di Pisanello (Antonio Pisano) che dipinge “S.Giorgio e la Principessa”, unica opera superstite delle decorazioni fatte dal Pisano in questa Cappella. Il mio commento è contenuto in ciò che ne dice il Vasari e che qui riporto: “Et per dirlo in una parola, non si può senza infinita meraviglia, anzi stupore, contemplare questa opera fatta con disegno, con grazia e con giudizio straordinario”.

PISANELLO - "SAN GIORGIO E LA PRINCIPESSA"

PISANELLO – “SAN GIORGIO E LA PRINCIPESSA”

Io continuerei l’ininterrotto percorso d’arte ma i miei amici mi ricordano che se io vivo di solo nutrimento spirituale loro desidererebbero mettere qualcosa anche nel corpo, in poche parole sono quasi le 14 e i morsi della fame si fanno sentire, così cerchiamo un ristorante nel quale impietosire coloro che, dietro equo compenso, potrebbero offrirci qualcosa da metter sotto i denti. Casualmente scopriamo che siamo nientedimeno che nella casa di Romeo, e così, come si dice, abbiamo fatto “bingo” senza saperlo.
Ristorati e riposati riprendiamo il cammino, il complesso del Duomo mi attende per scoprire altre meraviglie.

DUOMO - CATTEDRALE SANTA MARIA ASSUNTA

DUOMO – CATTEDRALE SANTA MARIA ASSUNTA

Si tratta di una Cattedrale, dedicata a S. Maria Assunta (o S. Maria Matricolare), facente parte di un complesso architettonico in stile romanico per quanto riguarda l’esterno con arcate gotiche sorrette da alti pilastri in marmo rosso che costituiscono le tre navate interne.

Il Duomo sorge sull’area dove, tra il 362 e il 380 sorgeva la prima basilica paleocristiana della quale sono tuttora visibili ampi resti di pavimento a mosaico. La seconda basilica paleocristiana crollò nel VII secolo a causa di un incendio o di un terremoto.
Fanno parte di questo complesso, la Chiesa di Sant’Elena e il Battistero.
In quest’ultimo ho ammirato la bellissima “vasca battesimale” ottagonale, capolavoro della scultura romanica. Ricavata da un unico blocco di marmo, reca scolpite scene dai Vangeli dell’Infanzia.

L'ASSUNTA DI TIZIANO

L’ASSUNTA DI TIZIANO

Ma il pezzo forte, nel Duomo di Verona, è sicuramente il dipinto di Tiziano raffigurante “L’Assunta” nella cappella Cartolari-Nichesola, ristrutturata dal Sansovino intorno al 1500, unica opera eseguita dal pittore per la città di Verona. In questo dipinto, Tiziano abbandona il tradizionale riferimento alla morte rappresentando invece il miracoloso evento dell’ascesa al cielo della Vergine tra il turbamento e l’agitazione degli Apostoli. L’uso originale del colore crea vividi bagliori accentuandone i naturalistici contrasti.
A questo punto rimane ben poco tempo per altre visite anche se ci sarebbe molto da vedere ancora, però un’ultima importante visita ad alcuni monumenti è d’obbligo: LE ARCHE SCALIGERE.

ARCHE SCALIGERE

ARCHE SCALIGERE

Si tratta di tre sepolcri in arte gotica, superbe tombe pretese dai tiranni della città, gli Scaligeri, protette da cancellate in pregevole lavoro di ferro battuto, pertanto impossibili da avvicinare. Sepolture preziose di cui si compiaceva l’arte del medioevo, intreccio di forme capricciose, impennacchi di ferri d’alabarde, corone di fogliami di spine a triplo dardo.

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Con la mente piena di immagini, l’anima nutrita a sazietà, mi avvio verso casa in un viaggio di ritorno convinta sempre più che arte e sentimento camminano abbracciati. Mi sovviene un estemporaneo pensiero: l’arte nutre anima e cervello e blocca la strada all’invecchiamento.
Grazie a tutti voi che mi “sopportate” (e supportate) in questo mio peregrinare per l’arte.

 

Franci

scritto da francesca il 14 03 2017

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Più di 700 morti dal 2012 ad oggi, di cui 81 solo nel primo semestre del 2016. Sono le vittime della crisi: il 60% di chi decide di togliersi la vita per motivi economici ha tra i 45 e i 64 anni, 44 su 100 sono imprenditori, ma è alto anche il numero dei disoccupati (il 40% del totale).

Sono alcuni dei numeri raccolti dal laboratorio di ricerca sociale della Link Campus University, l’unico centro studi che continua a monitorare il fenomeno dei suicidi legati alla crisi (dal 2012 l’Istat non pubblica più il dato perché – sostiene l’ente di ricerca – è difficile essere certi che chi si uccide lo faccia davvero per problemi economici).

E’ l’Italia dei suicidi e sembra che i più colpiti siano gli imprenditori che si ammazzano per la vergogna. Un caso su quattro nel “ricco” nord-est. Del loro dramma, da quasi tre anni, si occupa l’associazione di volontari “Gi Angeli della Finanza”. Chi decide di farla finita non sopporta di perdere la dignità, ma uscire dall’incubo sarebbe possibile se si avesse il coraggio di chiedere aiuto.

Il giornalista Mario Giordano di “Libero” fa un disegno da brividi su questi eventi:

“È una strage di italiani”. Che cosa ci uccide come in guerra?

In otto mesi abbiamo avuto 46mila morti in più ogni mese, dunque 5mila morti in più ogni giorno, significa che ogni ora 7 persone muoiono. Per trovare una simile impennata, bisogna risalire alla seconda Guerra Mondiale e prima ancora alla Prima Guerra Mondiale del 1918. Se si andrà avanti di questo passo, a fine Dicembre i morti saranno 666mila, livello per l’ appunto mai più toccato in Italia dal 1945. Siccome, a quanto ci risulta, nel 2015 in Italia non c’ è stata una catastrofe nucleare e nemmeno un devastante terremoto, siccome non si è verificata un’ epidemia di peste bubbonica o di vaiolo pustoloso, a che cosa si può imputare questa crescita spaventosa? Certo: la popolazione invecchia. Certo: in inverno ci sono state meno vaccinazioni. E anche certi spettacoli della politica, a dir la verità, sono risultati piuttosto letali. Ma basta tutto questo a giustificare una strage simile a quella di una guerra mondiale? Ovviamente no. L’ unica spiegazione possibile è dunque quella della crisi economica. Quanti italiani hanno dovuto rinunciare a curarsi? Quanti negli ultimi anni hanno peggiorato il loro livello di alimentazione? Quanti sono stati costretti a dormire per strada?

MODEL RELEASED. Depressed elderly woman, covering her face with her hands.

La verità è che il peso della crisi, lunghissima e assassina, si sta riversando d’ improvviso sulle spalle sempre più fragili del Paese. E l’ effetto è così impressionante che non si può non tener conto, anche nelle scelte della politica. Siamo sicuri, per esempio, che si possa ancora risparmiare sulla sanità? Siamo sicuri che si possano nascondere tagli feroci sotto le parole dolci della “razionalizzazione”? Siamo sicuri che si possano aumentare i ticket per gli esami e ridurre i servizi? E questi 46mila morti non chiedono forse un intervento urgente sulla povertà? Magari provvedimenti più incisivi dei timidi tentativi contenuti in finanziaria?

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E poi, ultimo ma non ultimo, se davvero la mortalità aumenta così rapidamente e il processo di allungamento della vita non è più “irreversibile”, come ci stanno spiegando gli esperti, ha davvero senso continuare ad allungare la vita lavorativa? Se la rotta demografica si è invertita così rapidamente, perché continuiamo ad alzare l’ età pensionabile? 46mila morti non bastano per cominciare a ripensare la legge Fornero? E che ci vuole allora? Lo sterminio degli ultrasessantenni? L’ annientamento dei capelli bianchi? L’ ecatombe al sapor di rughe e pannoloni?

 

scritto da Gianni T. con documentazione in rete