scritto da francesca il 21 02 2017

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L’altro ieri  ho restituito a mia figlia  un dono ricevuto a Natale. Non avrei mai immaginato di sentirmi, un giorno, prigioniera di un oggetto piccolo ma molto fastidioso, dentro il quale la mia libertà, sia mentale che fisica ( si anche fisica perchè non ero neppure libera di andare in bagno), era contaminata e dannatamente compromessa.

Prima di possederlo mi lamentavo di non essere al pari degli altri. Non sapevo invece quanto ero libera  di agire e decidere per, e di me stessa.

Si, lo avrete capito: si tratta di quel maledetto telefonino cellulare che è entrato prepotentemente nelle nostre tasche, e nelle nostre vite, disturbandoti continuamente col suo trillo che ti segnala chiamate in arrivo o messaggi vari provenienti da ogni dove.

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Io che credevo di essere diversa, io che a una certa età ho avuto la grande occasione di imparare ad usare  il computer, mi dicevo: perchè stare dietro agli altri, alla modernità, e non stare al passo coi tempi? Ecco che il cellulare era un altro mio mito (credevo…).

“Mamma, vedi come si usa WhatsApp per interagire immediatamente con gli amici?” mi diceva mia figlia.  Ma quali amici, io non conosco nessuno! Insomma, a livello mentale non riuscivo a comprendere ed accettare quel meccanismo. Io gli amici li scelgo e desidero guardarli in faccia, ci tengo in modo particolare. Non posso sapere  che età hanno quelli coi quali parlo in chat, non so chi sono e neppure esattamente come la pensano.

Telefonite

In conclusione non era per niente un relax, ma un martirio. Mi sentivo schiava della mia libertà, e voi penserete: forse perchè sono una pensionata e i miei interessi nella vita sono diminuiti?

Nooooooooooo,  io vivo nel mondo attuale, non sono un matusalemme, leggo, scrivo, mi interesso anche del mondo politico, ma questo lo faccio quando lo decido io.

Certo mia figlia ci è rimasta male. Il suo  pensiero-regalo non è stato da me gradito nè utilizzato a tutti i livelli. Ma a me  basta un telefono semplice per chiamare nei momenti di bisogno. E’ questo che non vogliono capire.

Io non  ho abbastanza capacità per commentare la sua funzionalità ma voglio riportare il pensiero di una psicologa, la Dott.ssa Silvia Guerra:

“Se fino a poco tempo fa era considerato un bene di lusso, un oggetto per pochi, da custodire gelosamente e da usare solo nei casi di necessità, oggi il cellulare è un comunissimo accessorio, che possiedono e usano tutti. Se da una parte c’è ancora qualcuno che riesce a farne a meno, dall’altra c’è invece chi non se ne separa mai e ne fa un uso inopportuno. Talmente smodato che gli psicologi lanciano l’allarme “telefonite” e “sms mania”. 

La prima è l’urgenza di essere sempre al passo con le nuove proposte del mercato tecnologico e l’incapacità di resistere al fascino degli ultimissimi modelli..ecc…ecc….”.

Perciò  vedete che in fondo,  io da profana di tecnologia, tutti i torti non li ho?

 

Alba

Immagine anteprima YouTube
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Sin dalla preistoria la donna era scolpita con gli attributi femminili molto accentuati per esaltare la sua natura di creatrice. Nell’antica Grecia la raffigurazione del corpo femminile era simbolo di fecondità. Nel corso dei secoli è cambiato il modo di scolpire e dipingere un’opera d’arte, ma il corpo femminile è rimasto uno tra i soggetti prescelti dai grandi artisti. Il nudo nell’Arte non è mai peccaminoso, esso esprime la sensibilità dell’artista e, osservandolo bene, ha sempre una sua profonda motivazione.

Facciamone una carrellata insieme, vi va?

 

JEAN AUGUSTE DOMINIQUE INGRES – LA FONTE

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La ninfa è nella roccia, nel ventre della terra, e versa l’acqua dal vaso. Un’acqua molto strana, sembra quasi un nastro o fibre di seta e il tappeto d’acqua che ha sotto i piedi sembra uno specchio. L’immagine è carica di valenze misteriose, naturalistiche e di una serie di richiami simbolici che fanno della “Fonte” di Ingres il prototipo della pittura simbolista.

 

GUSTAVE MOREAU – SALOME’

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Salomè arriva da un passaggio attraverso la mitologia. Erode le chiede di danzare per lui, lei istigata dalla madre Erodiade chiede la testa del Battista. E’ una danza erotica, sensuale, è una danza del ventre, una danza orientale. E nell’immaginario di questi uomini, di questi artisti, ecco che lì scatta qualcosa. La Salomè diventa il prototipo di una bellezza non più delicata, angelica. Non è più la Venere che si scioglie i capelli, ma è l’immagine di qualcosa di malefico, di pericoloso, di lussurioso, di terribile. Diventa il simbolo della bellezza maledetta, una cosa terribilmente affascinante. E’ la prima “femme fatale” degna di questo nome. Lei non è il bene ma il male e Satana l’ha resa una figura demoniaca.

 

TIZIANO – VENERE DI URBINO

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Languidamente distesa su un letto che occupa l’intero piano orizzontale del quadro, una sensuale giovane donna dal corpo candido e completamente nudo guarda invitante e con malizia verso l’osservatore mostrando una sfrontatezza che mai s’era vista in un quadro di medesimo soggetto. Il volto è incorniciato da morbide chiome dorate che discendono lungo le spalle, una mano cinge delle rose, fiori simbolo della divinità mentre l’altra copre il ventre. La Venere di Tiziano non è una divinità lontana e distaccata, ma una donna vera e sensuale, che suggerisce maliziosamente all’osservatore l’importanza della dimensione erotica nel matrimonio, come probabilmente richiesto dal committente Guidobaldo, da poco sposato con la giovane Giulia Varano da Camerino.

 

ANTONIO CANOVA – AMORE E PSICHE

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Anche se la scultura rappresenta due personaggi, voglio soffermarmi sulla donna, Psiche. Il dio Amore cinge delicatamente il capo e i seni dell’amata Psiche la quale solleva entrambe le braccia verso di lui. Qui usciamo dal simbolismo per avvicinarci al neo-classicismo con una composizione carica di grazia e armonia. Una grande eleganza che coglie la tensione amorosa che scorre tra i due protagonisti. Semplicemente, la bellezza ideale.

E ora qualche cenno agli Impressionisti (faccio grandi salti oggi)

 

EDGAR DEGAS – FEMME APRES LE BAIN (Dopo il bagno)

Après le bain, femme s'essuyant la nuque vers 1899 Edgar Degas (1834-1917) Pastel sur carton Musée d'Orsay

Sorpresa nell’intimità della sua stanza da bagno, una donna si offre allo sguardo dell’artista nello splendore della sua nudità. Devo precisare che Degas dipingeva le sue bagnanti nello stesso suo atelier, dove aveva anche installato una vasca da bagno e alcuni accessori.

 

RENOIR – DONNA NUDA AL SOLE

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Un ritratto sensuale, dove un corpo raggiante di giovane donna sembra accarezzato dalla luce. Renoir, con questo dipinto, dice di voler dipingere le donne come “dei bei frutti” aggiungendo “Io amo i dipinti che mi invogliano a passare la mia mano sopra un seno o sopra una spalla, se è una figura di donna”. Infatti l’artista si interessa più ai giochi di luce sul corpo della donna che non al suo viso, i cui tratti rimangono sfumati.

 

MICHELANGELO – LEDA E IL CIGNO

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 Tra le più potenti rappresentazioni del Cigno-Zeus che possiede Leda, va certamente annoverata quella realizzata da Michelangelo per il Duca d’Este. In pittura il mito di Leda e il cigno rappresenta l’intraprendenza sessuale maschile. Leda, regina di Sparta e madre di Clitennestra e Elena – colei che sarebbe stata causa dello scoppio della guerra di Troia – dormiva sulle sponde di un laghetto, quando fu posseduta da un  candido cigno,che era l’animale nel quale Zeus si era tramutato per poterla, appunto possedere. Leda era stordita dal profumo d’ambrosia e dall’azione del collo dell’animale sul suo corpo. Concluso il rapporto sessuale, Zeus annunciò che dalla loro unione sarebbero nati due gemelli, i Diòscuri. 

 

FERNANDO BOTERO- DONNA NUDA DAVANTI AL LETTO

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Botero ha catturato la fantasia della vita dipingendo figure corpulente e talvolta comiche. Caratteristica della sua pittura è l’insolita dilatazione che subiscono i suoi soggetti, che acquistano forme insolite, quasi irreali, astratte e, a volte persino grottesche; figure monumentali che possono essere sensuali, ma anche piene di dolore e tristezza. Tristezza che io ritrovo in questa donna nuda davanti al letto.

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Ho spaziato tra varie epoche e stili ma ce ne sarebbero a migliaia di nudi femminili nella Storia dell’Arte. Capirete però amici miei, che questo non sarebbe più un post ma una specie di enciclopedia. Perciò per oggi mi fermo qua, avremo modo di proseguire questo percorso. Sicuramente molti di voi avranno tantissimi suggerimenti e ottimi consigli da darmi. Li aspetto. Intanto godetevi anche il video che ho postato in anteprima.

Buona Domenica a tutti!

 

Franci

scritto da francesca il 15 02 2017

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Leggendo un articolo di Roberto Cotroneo mi sono imbattuto nella fantastica cifra di tre milioni di poeti , tanti sono in Italia.

Dovremmo essere un popolo di ” santi, poeti e navigatori” : i santi penso non costumino più, i navigatori forse sono solo quelli del web, i poeti sono una moltitudine , potrebbero fondare un partito.

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Spesso però sono quelli dove nei loro poemi “l’amore fa rima con il cuore” e la sintesi delle loro opere farebbe fatica ad essere messa nei baci Perugina.

Cotroneo dà la colpa al web e cita due insigni professori della Cornell University , che si chiamano Dunning e Kruger.

 

…” Con i loro studi hanno concluso che è “Internet” che dà una distorsione cognitiva a causa della quale individui inesperti tendono a sopravvalutarsi.

Il punto è questo perché ci sopravvalutiamo ?

E’ il web che esaspera questo comportamento , “la rete” come tutti la chiamano , si comporta come una vera e propria rete fisica.

Tiene tutto assieme , compatta ogni cosa e impedisce di cadere. Se posso diventare poeta nel web (ma anche critico, giornalista, fotografo ecc.) è perché la rete rafforza questa percezione.

E se la realtà è questa avremo appunto tre milioni di poeti , molti dei quali non sanno neppure chi è Montale o non lo sanno spiegare ai figli , ma stipati e protetti, stretti stretti nelle maglie del web e dei social , si leggeranno e si elogeranno e faranno adepti con la buona pace di tutti “.

 

Ho voluto riportare quasi integralmente l’articolo , perché anche io faccio parte di quei tre milioni e ogni tanto un bagno nella “realtà critica” e nella consapevolezza dei propri limiti non fa male .

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Sono però convinto che se la percezione delle proprie capacità liriche rimane nell’ambito delle buone intenzioni e negli sfoghi personali , senza la pretesa di essere stampati nelle riviste letterarie e senza l’illusione di passare ai posteri assieme a Leopardi , tutto questo può essere un arricchimento e una maggiore conoscenza del proprio “io”.

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In fondo se una elaborazione della nostra mente può servire a socializzare e a creare rapporti che si possono senza tema chiamare culturali , anche se virtuali, che cosa c’è di negativo ?

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E’ chiaro che tra quei tre milioni ci sono anche “poeti veri” , cioè le Merini, i Montale ,gli Ungaretti , come in tutti gli ambiti, l’essenziale è che le nostre “voglie” liriche non siano acritiche declinazioni univoche , sapendo che la poesia è studio , lettura dei grandi poeti , sperimentazione e che le parole che usiamo possono essere pesanti come pietre o leggere come piume. La poesia è una sfida difficile da ponderare prima che il vento la porti nel mondo.

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Franco

 

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L’autobus era in ritardo, come sempre. Ormai sapevo di dover passare, prima di entrare in classe, dal Preside a giustificarmi ascoltando, per l’ennesima volta, il logoro sermone sul disdicevole comportamento di una studentessa che arriva in ritardo.

Ma il mio pensiero era tutt’altro.

Lui si era staccato dalla compagnia e veniva verso di me.

Davanti a tutti, a bruciapelo sui miei occhi abbassati per nascondere un evidente tremore partorito da un’intensa emozione, mi dice: “Visto che siamo in ritardo, noi abbiamo deciso di “bigiare”, vieni con noi?” (=termine milanese che significa marinare la scuola).

Nella mia mente i pensieri si agitano come uno tsunami e perdono quella parvenza di ordine che solitamente mi obbligo di ottenere. Vorrei rispondere un “SI” roboante ma invece goffamente dico: “..Nnnon sso..ffforse è meglio se vado a scuola, i miei genitori non sarebbero d’accordo…”

E così è stato. Anche questa volta la mia timidezza aveva avuto la meglio.

Avevo 15 anni, frequentavo il primo anno di superiori. Lui era “grande”, di anni ne aveva 17 ed era al terzo anno di ragioneria, nella Milano della mia gioventù.

Mi sono innamorata di quel ragazzo biondo, brillante, spiritoso, intelligente, bello come un dio greco. Ovvio che avesse solo pregi, no?

Ma il nostro era un amore platonico, credo più da parte mia, forse lui mi considerava ancora troppo piccola. Ed io sognavo, sognavo e gli scrivevo fiumi di lettere, mai spedite, mai consegnate.

Poi scelte e compagnie differenti ci hanno allontanato e fatti perdere di vista.

Ma il destino a volte si diverte. Dopo aver avvicinato, allontana e poi sposta le pedine e gioca, impietosamente, coi sentimenti.

Ricevo un invito da una mia amica per partecipare ad una festa di compleanno a casa di amici suoi.

Dopo aver pregato in ginocchio i miei genitori di lasciarmi andare (avevo solo 17 anni..!!) accompagnata, oltre che dalla mia amica che aveva un anno più di me, anche da mia sorella che di anni ne aveva ben 19, supplico la mamma di adattarmi un vestito per l’occasione. Il tempo era poco ma mia mamma ha fatto miracoli. Mai dimenticherò quel giorno. Mi sentivo come Cenerentola al primo ballo.

Un tubino in taffetà viola con poche paillettes sparse a donare all’insieme un che di ottimo e raffinato risultato e un paio di scarpette di vernice nera come l’ultima moda del momento voleva, mi hanno fatto volare sulla più alta nuvoletta che danzava nel cielo stellato, con la convinzione di essere la donna più fortunata del mondo, e la più felice.

E quella convinzione è diventata certezza quando, entrando in quella casa, ho visto chi era il festeggiato: LUI, il bel ragazzo biondo, intelligente, ecc….ecc.. di cui ero ancora, a mia insaputa, innamorata.

Mi chiese di ballare al primo pezzo musicale che usciva dal giradischi e non smettemmo per tutto il tempo. Il resto è stata una conseguenza di quell’età, stupenda.

Furono tre anni di sogno, di felicità, di attimi unici e irripetibili vissuti all’unisono.

Ma furono anche giorni di conflitti, intrecciati a struggimento e passione, di scontri da cui scaturivano scintille accese per orgoglio e amor proprio creduti violati. Anni in cui la nostra maturità si formava sul fragile terreno dell’inadeguatezza, della confusione che generava impulsi difficili da frenare.

E il tempo ha fatto il suo corso senza aver pietà di noi, del nostro sentimento, senza fermarsi ad aspettare.

Ma l’orgoglio in Amore, si sa, pone limiti e fa tanti danni.

Quattro anni dopo.

Fuori dalla Chiesa, l’auto percorre adagio la strada. Chissà perché l’autista ha scelto di transitare proprio da lì.

Il ragazzo è fermo in mezzo alla via. Al nostro passaggio si sposta di lato.

Lo superiamo.

Mi volto.

I nostri sguardi si incrociano. Per l’ultima volta.

Era il mio primo amore.

Non l’ho mai più rivisto.

Chissà cosa sarebbe stato se non fosse andata così.

Franci

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No cari amici non ho portato il mio cuore in clinica, è solo che il 14 febbraio, come tutti sappiamo, è San Valentino e qui in Liguria, gli innamorati, chi in un modo chi nell’altro,  vanno in una cittadina ligure che è Camogli, citta degli innamorati.

Ma io oggi vi voglio parlare di una storia di gioventù. Voi direte: e che c’entra Camogli con la tua storia?
Calma, non abbiate premura, sedetevi comodi e leggete.

Premetto che non è la mia storia, ma mi piace raccontarvela perchè conoscere il posto dove hai lasciato il cuore non fa male, anzi ti risveglia dai torpori.

 

“C ‘era, come nelle favole, un regno bellissimo: Camogli, dove di belle ragazze ce n’ erano tante ed io giovane mi sono innamorato perdutamente di una di loro. La incontrai per caso, era seduta su un muretto. Erano gli anni 70/80 (del secolo scorso ovviamente) e lei aveva il colore della salsedine nel viso bruciato dal sole. Come era bella !!!!!!!!!!!!
Io brutto montanaro, lei grande e bella marinaia.

Ricordo il paesaggio meraviglioso, il mare che di notte non mi faceva dormire col suo sciabordare continuo. Io, uomo di montagna guardavo dalla riva tutto quello spumeggiare e devo dire che a volte mi infastidiva.

Ma come tutte le belle cose, anche quella storia finì e il mio cuore, ancora oggi, porta qualche segno, qualche scheggetta di quei frantumi che allora, giovani entrambi, facevano un male bestia.

Ma di te, cara dolcissima creatura, non mi sono mai dimenticato. Chissà se sei ancora tra noi, forse sei nonna. Oh, come mi piacerebbe vederti anche solo per un attimo, magari non ci riconosceremmo, siamo entrambi cambiati ed invecchiati.
Mi vien da ridere, sai mentre scrivo queste parole. Mi sembra di vedere quei vecchietti che vanno dalla Maria nazionale per incontrare il loro primo amore, magari con una foto d’epoca che fu. E noi che ridiamo a vedere queste scene ridicole.
Ma forse è bello lasciarsi andare, ripensare al passato con un pizzico di nostalgia, chiedersi: chissà come sarebbe stato se non fosse andata così? Con la fantasia si può immaginare qualunque cosa, anche un cuore un pò incerottato.
Comunque sia, sappi che il 14, San Valentino, io metto un fiore sul tavolo per invitarti a pranzo. Ciao, ti aspetto”.

                                                                                                             Alba

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Cari amici, io e Alba vi abbiamo raccontato due storie d’amore del nostro passato. Ora aspettiamo i vostri racconti di amori lontani, se volete e se vi fa piacere. Grazie e Buon San Valentino a tutti!!!

 

Franci           e             Alba