scritto da francesca il 14 09 2017

 

senili

Non mi è nota l’età degli eldyani , ma per quelli che conosco so che va dai 65 anni in su , salva qualche rara eccezione.

Quello che mi interessa positivamente è “l’amour passion” che aleggia , lo si può avvertire soprattutto in “poesia” e nelle chat (anche se spesso si confonde con ironiche e scherzose manifestazioni delle chiacchierate).

“L’amour passion” pervade la “terza età” ed ha illustri praticanti . Leggevo giorni fa dell’amore scatenato” (così lo titola il Venerdì di Repubblica) di Giuseppe Ungaretti per Bruna Bianco , lui allora aveva 78 anni lei 26 ! Il grande poeta dell’ermetismo , le ha scritto un centinaio di lettere che spesso cominciavano “Anima mia…..” quasi si fosse trasformato in una appassionata e romantica Jane Austen.

E non è l’unico poeta e scrittore ad essere preso dal vortice dell’amore senile , basta pensare a Goethe , a Moravia , alla Merini , tanto per citarne alcuni.

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Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

Alberto Moravia

Alberto Moravia

Perché ci si innamora passionalmente quando si è così “grandi” ?

Forse sono le solitudini date dalla scomparsa di compagne o compagni di vita , questo per mille ragioni . La necessità di riempire vuoti di una vita che diventa routine e per illuderci che dando ascolto a qualche ormone vagante si possa essere ancora giovani .

L’amore in fondo , come dice l’adagio “non ha età”, però le infatuazioni , l’amore passionale , quando nascono da vecchi, fanno nascere delusioni , abbandoni, tormenti che non dovrebbero accompagnare l’ età della saggezza e dell’introspezione, ma come dice il poeta Attilio Bertolucci , anche lui colpito in tarda età “dal dardo” …” Questo raggio che obliquo ti ferisce è ancora giovinezza…ancora, ancora” , quasi un grido disperato che si aggrappa ad una illusoria età verde.

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L’innamoramento senile è per l’anziano un motore per condurre le sue giornate , ma nel contempo è ingannare se stesso , a meno che non prendiamo per buona anche a ottant’anni la frase del Magnifico …” Come è bella giovinezza che sen fugge tuttavia……….”

 

Franco

 


Cari amici, sono in partenza per la Sardegna, starò via qualche settimana perciò il post di Franco rimarrà per tutto il tempo della mia assenza. In ogni caso i commenti verranno tutti moderati, scrivete scrivete scrivete.

Ciaooooooo a tutti, ci vediamo verso la fine del mese.

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Non è facile superare la perdita di una persona cara e, negli ultimi anni, sono state troppe le perdite che ho subìto e che mi hanno messa a confronto con esperienze un pò fracassanti. Ho difficoltà ad accettare certi passaggi, obbligati, cui la vita ci sottopone. Ed è proprio perché mi trovo adesso in balìa di sentimenti intensi e contradditori che mi sono presa una pausa, una pausa dal tempo, per riflettere. Cerco di rallentare parole e pensieri per riprendere fiato, per elaborare le emozioni.

In questo percorso di riflessione mi soffermo, innanzitutto, sulla cosa più ovvia. La vita è un lampo, ma dentro quest’attimo c’è il nostro passato, il nostro presente, il nostro futuro.

Oggi, ideali e valori che fino a ieri sembravano inalterabili, si stanno pian piano sgretolando. Dobbiamo ammettere che i concetti di pudore, rispetto, amicizia, etica, morale, volontariato, amore, religiosità e famiglia cambiano ad una velocità impressionante.

Come fare allora, per restare al passo con questi continui cambiamenti di pensiero e comportamento? Come adattarci, o confrontarci, modificandole se possibile, le realtà problematiche quotidiane individuando i punti fondamentali ai quali fare riferimento? Noi comunichiamo in tempo reale con telefonini, computer, tecnologie sempre più avanzate ma non sappiamo se il nostro spirito segue i cambiamenti planetari o resta intatto nella consapevolezza del nostro essere moralmente giusti. Del perseverare nell’altruismo e liberarci dall’egoismo. O dobbiamo imboccare il viale dei cipressi azzurri per comprendere che l’invidia è ancora la molla per farsi largo nella società? Eppure basterebbe liberarci del nostro più grande nemico: il nostro ego.

Cosa ci succede quando viene a mancare una persona alla quale abbiamo voluto molto bene? E per “mancare” non intendo necessariamente una dipartita. Anche un abbandono può costituire una grave e, talvolta, insuperabile perdita. Ci sentiamo soli nella terra, persi tra le mura di una casa che ci sembra immensa. Unica compagna: la solitudine del cuore e dello spirito. Eppure continuiamo a vivere, aiutati dalla gente comune. Dall’umanità che, disperata o allegra, si affiancherà a noi in metropolitana, a quella anonima incontrata per strada, ai vicini di casa, agli amici, ai parenti.

L’umanità che è il nuovo mondo. Il senso della nostra vita.

E torneremo nuovamente a ridere, gioire, innamorarci e stupirci. Stupirci della vita di ogni giorno, sorprenderci della telefonata di un amico, smarrirci se un cane randagio, senza averci mai visti, ci segue fino al portone di casa.

Non si improvvisa nulla nel nostro senso della vita, per questo prima di giudicare, o addirittura condannare, dovremmo imparare a capire, a scavare nel terreno del tempo, fino alle radici delle nostre convinzioni e del nostro coraggio.

Siamo solo “creature” spaventate dalla ripetitiva quotidianità che ci terrorizza alla fine di ogni mese con bollette che scadono, lavoro precario o assente, lotta per la sopravvivenza. Viviamo in quel piatto della bilancia che costituisce la normalità ma che, forse, vorremmo barattare con l’altro piatto: quello della ricchezza. C’è una via di mezzo, però. La serenità di vita, quella pacata e purificata dalle ombre quiete che ci circondano: le persone che ci amano e che noi amiamo, la famiglia, i figli, i nipoti, gli amici, i compagni che condividono con noi un pezzo di strada (o magari tutta), e il coraggio di lottare ogni giorno per gli obiettivi che ci prefiggiamo, per le emozioni che, malgrado tutto, rincorriamo.

Ma troveremo ossigeno per far respirare ancora i nostri sogni?

Chiudo la parentesi di riflessione. Tace la mia voce. Torna il silenzio. E vorrei concludere con un pensiero di Tagore che piaceva molto ad una persona che MAI dimenticherò: “…..La vita non è che la continua meraviglia di esistere!”

Francesca

scritto da francesca il 5 09 2017

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Fiaba di: Nonno Frank  

 

Con un briciolo di fanciullesca fantasia e con la comprensione di Francesca , propongo uno scherzoso “esperimento” che è nato con la mia favoletta “gli occhi degli alberi ” , pubblicata nel blog “ti racconto una fiaba .it ” (nell’ambito di Giunti scuola).

Sì anche gli alberi hanno gli occhi…se vogliamo !

Viene l’autunno e molte delle grandi piante perdono le chiome che nelle stagioni calde le caratterizzano e le fanno apparire belle e maestose. Ho davanti a casa una grande paulownia che fra poco perderà le ampie foglie e resteranno solo i rami ed il possente tronco. Così spoglia questa pianta mi dà tristezza e allora ho preso due sassetti piatti e lisci (come quello che ho nella mano ), poco più grandi di una noce.

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Sassi del genere li si possono trovare sulle spiagge nei greti dei fiumi o se no si possono “costruire” con della plastilina .

Ho copiato uno dei tanti occhi (qui rappresentati) , si possono anche scegliere tra gli innumerevoli quadri dei grandi autori.

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Per disegnarli si usano i pastelli , quelli normali da scuola , le punte devono essere ben fatte e si parte a disegnare con la matita nera l’ovale degli occhi , il rotondo dell’iride e la pupilla , avendo l’avvertenza di lasciare un puntino che lo si colorerà di bianco per dare il colpo di luce. Si colora di bianco la sclera e poi l’iride dei mille colori possibili , si rifinisce il tutto con un colore che può partire dal rosa e sfumarsi nel grigio verde per amalgamarsi con la corteccia.

Le foto d’esempio sono “gli occhi “di un ippocastano e “gli occhi di un acero .

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Colorato poi bene il tutto si copre con una vernice trasparente lucida (meglio se a bomboletta) per preservare il colore dalle intemperie , poi con fantasia ed arte si incollano i sassetti sulla corteccia con una buona colla vinilica da legno.

Ecco avete fatto rivivere l’albero anche nei mesi invernali quando la natura è morta o riposa , tutte le mattine lo guarderete e lui col suo “sguardo” vi ringrazierà, ma se ne farete tanti vi ringrazieranno anche i bambini perché avrete trasformato parchi e giardini in magiche scenografie da fiaba.

 

Franco

scritto da francesca il 1 09 2017

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Lo chiamano Beppe, ma forse il suo nome è Giuseppe , ma per la gente del paese rimane :Beppe. Non ci avevo fatto caso, ma tutte le mattine , appena spunta il sole, s’incammina verso la piana: dieci km all’andata e dieci al ritorno come cantava anni addietro Arigliano . L’ho incontrato diverse volte al mattino quando mi reco al mio frutteto, mi fermo , lo saluto e gli chiedo dove va. Non mi risponde e continua la sua strada .Mi guarda con occhi pieni di espressione , vispi e penetranti.

Mi hanno raccontato che, non si ferma a valle, ma risale tutto l’altro versante collinare per raggiungere un piccolo paese ai piedi delle Apuane. E’ instancabile, dice un vecchio saggio che :-Tira più un capello di donna che una pariglia di buoi-
E l’ho visto il birbante pavoneggiarsi al sole in dolci compagnie, e anche se lo chiami, si volta dall’altra parte, non ti conosce. Capito ? Fa anche il furbo, il prezioso, l’altezzoso. La prossima volta che mi chiede un passaggio, tiro di lungo, lo lascio a piedi così impara.

Pochi giorni fa, hanno telefonato ai famigliari di andarlo a prendere perché si trovava ad oltre 20 km di distanza ed era già buio. Per lui l’orologio non conta , non ha orari. La legge dell’amore supera tutto e tutti i buoni propositi. I confini territoriali non esistono. Se sapesse cantare canterebbe il vecchio motivo :-La cerchi la titina, la cerchi e non la trovi…- Ma lui la trova eccome.

Una sera all’imbrunire mentre tornavo a casa, i fanali della machina illuminano Beppe sdraiato al lato della strada, mi fermo e lo invito a salire. Si sdraia sui seggiolini posteriori e continua a dormire sicuro che l’avrei riportato a casa.
Quando è stanco stremato, si sdraia ai lati della via consapevole che qualcuno lo caricherà: il Don Giovanni ormai è conosciuto.

Le sue avventure hanno fatto il giro dei paesi delle Apuane. Io vi ho raccontata questa. Beppe, o Giuseppe, come preferite, è un piccolo cane, un intreccio di razze, un mucchietto di ossa e pelo marroncino con una macchiolina bianca in testa . Se lo trovate sulla strada, fermatevi , caricatelo sulla vostra macchina e portatelo al paese.

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Giulio Salvatori – Il Maledetto Toscano è ritornato.