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Segnali dal cosmo, la storia poco nota del premio Nobel Guglielmo Marconi
che cercò invano di comunicare con i marziani.

200px-marconiL’8 dicembre 1895 Marconi riuscì a finire l’apparecchio che lo rese famoso:
l’invenzione del telegrafo senza fili.
Pochi sanno che, circa venticinque anni più tardi, quando oramai il telegrafo senza fili era diventato un mezzo di trasmissione dalle capacità consolidate, Marconi s’imbatté in quelle che secondo lui erano potenziali comunicazioni provenienti da entità extraterrestri.
Il 29 gennaio 1920 sul New York Times apparve una notizia raccolta dal Daily Mail secondo cui l’inventore italiano sarebbe stato impegnato a investigare su onde radio di origine sconosciuta e citando le parole di Marconi:
“Nessuno può ancora affermare se esse abbiano origine sulla Terra o su altri Mondi.”

Secondo gli articoli dell’epoca, la vicenda fu ripresa e commentata dalla stampa in tutto il mondo. Da un lato c’era chi rimaneva scettico, dall’altro c’era anche chi, invece, era disposto a dar credito alla notizia, sull’origine extra-terrestre dei segnali captati.
Tra questi, Édouard Branly, fisico e inventore francese il quale obiettò:
“Se attribuiamo questi fenomeni alle eruzioni solari, come possiamo spiegare che siano in linguaggio Morse?”
Molti altri attribuirono i segnali che incuriosivano Marconi a fenomeni di disturbo che in gergo erano definiti “segnali parassiti”, semplici disturbi elettrici di origine atmosferica.
L’astronomo Camille Flammarion prese una posizione ancora diversa sulla Osservatoriovicenda di Marconi. Ipotizzò che i segnali fossero originati dall’attività solare ma rincarò la dose sulla teoria dei messaggi provenienti da qualche civiltà extraterrestre. Queste le sue parole:
“Marte ci spedisce dei messaggi? Questa è la domanda che ci ha interessato per lungo tempo, fin dalla pubblicazione delle mappe geografiche marziane, sulle quali sono state osservate caratteristiche singolari, le cui origini non sembrano essere dovute al mero caso. Dovremmo essere felici di fare un altro passo verso i nostri vicini nel cielo che, forse, nei secoli hanno a noi indirizzato segnali ai quali non abbiamo mai saputo rispondere, essendo l’umanità terrestre assorbita dalle volgari esigenze degli affari materiali.”.
L’anno successivo, nel settembre del 1921, la vicenda assunse contorni ancor più incredibili. Secondo una notizia riportata dallo stesso New York Times, J. H. C. Macbeth, manager della sede londinese della Marconi Wireless Telegraph Company Ltd, riportò la convinzione di Marconi sulla natura extraterrestre dei segnali captati.
L’esistenza di una civiltà marziana era data per assodata, e la possibilità di comunicare con essa era oramai vista come cosa certa.
Il 15 dicembre 1931, dopo anni d’infruttuosa ricerca di prove a supporto della sua teoria, Marconi dichiarò al quotidiano Evening Standard che:
“Ammesso che le stelle siano abitate da esseri intelligenti, che abbiano una natura simile alla nostra, non vedo perché non dovremmo comunicare con loro per mezzo delle onde hertziane.”
(onde provenienti dal Sole, scoperte dal francese Charles Nordman diciotto anni prima, nel 1902, presso un osservatorio sul Monte Bianco.)
Molti anni dopo questi eventi, le informazioni riguardanti le idee di Guglielmo Marconi sull’esistenza di civiltà extraterrestri, e dunque sulla possibilità di comunicare con esse sfruttando le onde radio, sono piuttosto limitate.
Non sono nemmeno disponibili registrazioni dei segnali da lui captati e quindi non si può sapere con certezza di che cosa si trattasse: le ipotesi più probabili sono quelle di segnali parassiti o di onde Hertziane proveniente dal Sole o da altri pianeti.
ApofeniaMolto probabilmente, l’ autosuggestione aveva reso Marconi un’illustre vittima di apofenia,* un fenomeno curiosamente ricorrente nell’evoluzione delle conoscenze dell’uomo legate a Marte.

*Il termine è stato coniato nel 1958 da Klaus Conrad, che la definì come un'”immotivata visione di connessioni” accompagnata da una “anormale significatività”.

Giuliano

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