scultore

 

       LO SCULTORE DI LEONI

 

CAP. VIII

I giorni passarono vedendo i Mutinensi impegnati febbrilmente a terminare la loro Cattedrale, io lavoravo anche dodici, tredici ore in un giorno, lisciando i miei leones, ormai posti a dimora.
Parlai a lungo con Ughetto che, quasi schivo, continuava a ripetermi e forse a ripetersi, che i tempi non erano ancora maturi, ma in cuor suo sperava che ormai solo pochi mesi o forse solo pochi anni ci avrebbero separato dalla grande idea del libero comune.
Erano troppe ancora le complicazioni, i milites non erano ancora entrati tutti nell’idea di una città indipendente, avevano paura di perdere i loro privilegi di nobili, o almeno volevano che tutto questo nascesse, quando loro fossero stati certi di avere gli incarichi più importanti, volevano essere loro a promuovere in fase definitiva la nascita del comune.
Passò un mese nell’attività più frenetica, Lanfranco si era fatto prendere da una vera e propria smania di traslare le spoglie del Santo, aveva il timore che tornassero i latrones della montagna, come chiamava lui i vassalli del Frignano, per profanarne la tomba.
Guglielmo aveva posto a dimora tutte le metope, tutti i bassorilievi, ora si puliva, si lucidavano i marmi, si abbattevano le strutture di cantiere, il Duomo usciva come da un grande bozzolo per essere perla bianca in mezzo alla valle, tra i fiumi Secchia e Panaro.
Io ero sempre di più in casa di Guidotto ed avevo chiesto ufficialmente in sposa Imelde, ormai figlia adottiva di quel messere.
Ero coccolato da Cunizza, che mi rimpinzava di cibo, sotto lo sguardo amoroso della mia promessa sposa, che si era trasformata in questi mesi in una fanciulla dall’aspetto nobile.
Spesso disegnavo sui tessuti, animali e fiori, che poi venivano ricamati dai lavoranti di Guidotto. Egli più di una volte mi propose di entrare con lui nel lavoro di sartore, dato che sempre più erano richiesti abiti con disegni e ricami, ma soprattutto arazzi dipinti e intessuti, con figure di caccia o illustrazione di grandi avvenimenti.
Guglielmo verso i primi di aprile mi disse che ormai la sua opera era terminata e che lo avevano richiesto a Verona per la costruzione della Cattedrale di S. Zeno. Egli si sarebbe recato in quei luoghi con un altro grande sculptore, Nicolò, che veniva da Ferrara.
“Tu devi venire con noi, caro Solerio, questo è il tuo mestiere ” diceva, “staremo presso quella città per qualche tempo, poi ritorneremo da tuo padre”. “No, buon Guglielmo, io appartengo ormai a questa terra, entro l’anno avrò anche una sposa e poi gli eventi di questi mesi, la speranza, la nuova speranza di libertà, che abbiamo intravisto mi inducono a rimanere. Vedi Guglielmo, io un tempo ero come te, schivo e distaccato viandante, avevo come unico scopo l’arte che ci lega, ma venendo in queste terre, conoscendo questa gente, ho scoperto la parte più sanguigna del mio carattere. Non sono più di pietra come un tempo” dissi sorridendo “e forse non so neppure se lo sculptore è il mio vero mestiere, ho scoperto il colore, le forme si possono esprimere anche sulla piatta tela, sui preziosi tessuti, con la stessa soddisfazione che avevo, che ho, nello scolpire i miei leones”.
Guglielmo mi guardava stupito, quasi incredulo, non poteva immaginare altra arte se non quella duratura ferma nel tempo, che era quella dello sculptore, che lavorava una materia che non moriva con l’uomo, che rimaneva oltre le vicissitudini, che il fuoco non intaccava e che l’acqua non guastava, ma aveva compreso che proprio questa impossibilità di mutare della pietra, aveva cambiato le mie scelte, forse non ero più uno schivo uomo del nord, forse dentro di me non lo ero mai stato.
Nei giorni che vennero ci si preparò all’arrivo della Contessa Matilde, ella sarebbe giunta con gran parte della sua corte, verso gli ultimi giorni di aprile. Il magiscola Aimone, preparò su pergamene, un poema sull’attuazione della fabbrica del Duomo, con elogi a Lanfranco e Guglielmo ed al popolo Mutinense, ma non scrisse nulla sulle vicissitudini degli ultimi mesi, nulla della rivolta delle gilde, nulla dell’assedio di Mutina da parte degli imperiali e dei vassalli del Frignano, solo qualche accenno a possibili rischi che avrebbe corso il sepolcro del Santo, come se tutto quello che era accaduto, fosse solo il frutto dell’eccessiva smania di finire del grande architetto.
Ne parlai con Ughetto dicendo che non ero assolutamente disponibile a dimenticare tutto quello che era successo “Non capisco Ughetto, dovresti essere tu, proprio tu il primo ad essere irato, che le tue parole e le tue azioni e quelle dei tuoi uomini, cadano nel silenzio più assoluto”. “Vedi Solerio, sì io sono irato, irritatissimo, ma non servirebbe a nulla ricordare ora in maniera ufficiale, sarebbe solo pericoloso, creerebbe soltanto delle turbative inutili, io ho avuta la promessa dal capo dei milites, che appena i tempi saranno pronti, porterò assieme a loro la città a Comune ed allora, solo allora potremo ricordare, questi fatti dovremo tenerli dentro di noi come seme, sperando che i tempi per la maturazione non siano lontani”.
“Senti Ughetto, io però vorrei ricordare, scrivendo almeno qualche fatto, i nomi di chi è stato ucciso, di chi ha patito, ricordare chi ci ha aiutato, scriverò io questa pergamena, poi la nasconderemo, per i posteri, sì la nasconderemo nella Cattedrale, perché un giorno qualcuno possa sapere quale sia stato il grande slancio di libertà di questa città”.
Ughetto mi guardo sorridendo “sei più Mutinense di me, mi fai certo vergognare” e mi abbracciò stando con la testa sulla mia spalla per qualche tempo, quando si staccò i suoi occhi erano umidi, certo era difficile per un uomo risoluto e caparbio come lui, dovere accettare delle ragioni di stato che portavano in qualche modo a rinnegare i suoi entusiasmi e le sue voglie di libertà.
Acconsentì e iniziammo per alcune sere a scrivere i fatti, così come erano accaduti, cercando di riassumerli, mettendo i nomi di chi ci aiutò e di chi ci osteggiò.
Compilammo ben sei pergamene, che furono avvolte in un panno ed inserite in un cilindro di piombo ben chiuso e calafato.
Con l’aiuto di un maestro d’opera della Cattedrale, che era stato partecipe alla sommossa, murammo il cilindro di piombo con le pergamene, sotto la ventesima lastra di marmo del lato nord, in una nicchia ottenuta scalpellando un poco i mattoni. La lastra non era ancora stata posta a dimora, quindi fu facile effettuare l’operazione senza che nessuno potesse accorgersi della manomissione.
Giurammo che questo segreto non lo avremmo svelato a nessuno e che sarebbe servito per onorare la memoria di chi era morto in quelle vicissitudini.
Aprile ormai aveva resa Mutina diversa, i boschi intorno avevano già iniziato a prender colori, le gemme si stavano schiudendo e soprattutto macchie di fiori rallegravano i prati ormai verdi attorno alle mura e verso i campi.
Fanciulle preparavano serti multicolori e ghirlande, che venivano appese alle finestre e modellate a canapi, per poi esser tirati da una parte all’altra delle strade.
Uomini e donne con secchi lavavano i lastricati e cercavano di togliere dai canali, quello che di abitudine cade o viene gettato.
Il Duomo era, alla fresca luce della primavera, di una splendente bellezza, i suoi marmi bianchi prendevano il rosato dell’aurora e l’azzurro delle serate luminose e terse.
Il trenta del mese di aprile si sarebbero traslate le spoglie del Santo e vi sarebbe stata, forse la più grande festa, che Mutina avesse visto.
Guidotto era indaffaratissimo ad effettuar mantelli, manti, drappi ricamati, tutti volevano per quella festa dare il meglio, abbellire la persona e la propria casa.
Già da qualche tempo era arrivata gente dal contado, da altre città e ville, si erano alzate tende ai piedi delle mura , si stavano preparando altari nel prato prospiciente la porta ovest, dove di primavera e d’estate si tengono i mercati.
Il giorno prima arrivarono parecchi Vescovi, da Reggio, da S. Benedetto Po, da Nonantola, con le loro scorte, processioni multicolori che attraversavano le porte e si inoltravano subito verso la piazza Grande per ammirare, come prima cosa, la Cattedrale.
Nella tarda serata del ventinove arrivò anche Matilde di Canossa, accompagnata da duecento cavalieri e una trentina di nobili. Avevano approntato stanze nel Vescovado e nella sala delle armi del Castellaro. Molti nobili e milites Mutinensi avevano offerto ospitalità nelle loro dimore.
Mutina in quella sera aveva raddoppiato il numero degli abitanti, le porte non furono chiuse, centinaia di fuochi bruciavano sugli spalti, nei prati prospicienti le mura, negli accampamenti, nelle vicine cascine presso l’ager.
Fiaccole erano state poste ovunque, ai lati delle strade, sulle spallette dei ponti, lungo i camminamenti e le bertesche, vi era una luminosità, un vociare, un girare allegramente per le strade, che non avevo mai visto.
Quella notte del ventinove aprile, la ricordo ancora, come la notte più lunga, anche i fanciulli tardavano ad andare a dormire, normalmente al vespero, quando l’aria cominciava a tingersi di blu e nelle strade le ombre diventavano più lunghe e cupe, erano pochi i bimbi ancora svegli, quella notte, anche al grido dell’ultima scolta del giorno, era ancora tutto un vociare, tutto un trillare di grida, corse tra i prati ed a capofitto dentro le mura, tenendosi per mano, saltando sopra i pagliai.
Quella notte vi era stata festa anche da Lucilla ed io vedevo tutte queste cose dalla grande bifora della casa di Guglielmo, abbracciando le spalle di Imelde e forse avevo un po’ di invidia di quei coetanei, che vedevo correre nella casa gialla alla porta est, ma poi guardavo alla mia destra, il dolce profilo della promessa sposa che fissava rapita nel suo stupore, questa festa di luci di suoni, questo allegro vociare.
Nel palazzo del Vescovo era stato approntato un grande banchetto, che vedeva come ospite d’onore la Contessa ed il suo seguito di nobili, erano poi stati invitati i maggiorenti della città, molti milites, i canonici, i magister ed i grandi architetti della fabbrica del Duomo, cioè Lanfranco e Guglielmo.
Sembra che tra ecclesiastici, nobili e magister vi fosse un tavolo imbandito per oltre duecento persone.
Avevano acceso tante fiaccole attorno al Vescovado, che dalla nostra posizione, che era arretrata di qualche isolato, si vedeva una luminescenza diffusa, come un grande incendio che rischiarava la città, facendo vedere particolari impensati, anche in notti di luna piena.
Proposi ad Imelde di scendere verso la piazza, per unirci ai balli ed ai canti dei giovani e così facemmo fin quasi all’alba.
Alla mattina ci svegliò, dopo il sonno di qualche ora, il suono delle chiarine, la piazza era stracolma, vi era gente alle finestre, sui tetti, non avevo mai visto tante persone radunate, si era già formato un primo corteo composto dai duecento cavalieri di Matilde, con i bellissimi mantelli azzurri e gli elmi splendenti al sole del mattino.
Al secondo suono di chiarine, i cavalieri si mossero verso la porta ovest ed uscirono per disporsi tutt’attorno alle mura, un terzo suono di chiarine e si fermò il corteo degli armigeri e dei milites Mutinensi, seguiti da maggiorenti e da parte delle gilde.
Anche questi cavalieri, uscirono dalla porta ed alcuni, forse i più importanti, dopo aver terminato il percorso della piazza, scesero da cavallo e presero posto su di un palco preparato di fronte alla Cattedrale.
Fu poi la volta dei magister, vi era anche Guglielmo, la sua alta figura superava quella di tutti gli astanti e per la prima volta vidi il grande medaglione degli sculptores pendergli sul petto.
Questi dignitari, dopo il percorso di rito, presero posto nella tribuna.
Poi dopo lo squillo delle chiarine, che erano raddoppiate di numero, perché una squadra aveva preso posto anche sulle merlature della porta ovest, si formò il corteo della Contessa.
La precedeva a cavallo il Vescovo Dodone con i Vescovi delle città vicine, poi sollevato da tre milites e tre giovani delle gilde, arrivava tra parecchi flabelli sventolanti, il sarcofago del Santo Patrono ed a questo punto il popolo rimasto sino ad allora silenzioso ed attonito a vedere quelle figurazioni, quei mantelli, quei drappi, quelle bandiere, scoppiò in un grido, le mani si sollevarono, i fiori si lanciavano da tutte le parti, dalle finestre, dai tetti, dalla massa vociante che accalcava la piazza, bambinelli festanti e timorosi si avvicinavano per gettar petali ai piedi dei portantini.
Immediatamente dietro su di un cavallo bianco con una grande gualdrappa azzurra, vi era la Contessa vestita di un ampio mantello che brillava al sole, forse tempestato di pietre, il suo viso di donna di ormai cinquantasette anni, così almeno dicevano, era incorniciato da una gorgiera bianca e mi sembrava alquanto pallido, anche se ancor fresco e luminoso.
Sorrise ad un fanciullo che si era fermato a pochi passi con il suo pugnetto di fiori in mano e che non si attentava a lanciarli. Il popolo aumentò le ovazioni e qualcuno iniziò un canto, un canto dolce che non avevo mai sentito, un canto mistico di queste terre che si insinuò tra le case, che andò oltre le mura, che si espanse come si espande una nuvola e si dilata in un azzurro splendido, come il cielo di quella mattina.
Dietro di lei, portando alti i vessilli, su cavalli bardati, alcuni nobili milites Mutinensi nelle loro armature più belle ed i maggiori capi delle gilde della città.
C’era anche Ughetto , con il suo stendardo bianco con ricamato il carro rosso, era vestito con una giubba corta cremisi ed un largo copricapo dello stesso colore, era impettito e serio, guardava avanti a sé, forse guardava oltre le cose che stava vivendo, era comunque partecipe, era ancora in sella al suo destriero di buone intenzioni e di ambizioni, sapeva che vi era molto ancora da scrivere nella storia della città e lui ne sarebbe stato uno dei fautori.
Il corteo multicolore uscì dalla porta ovest ed effettuò il giro delle mura, in modo che tutti quelli che erano nei prati, sugli spalti e presso le porte, potessero vedere il sarcofago di S. Geminiano e la Contessa.
Il corteo rientrò ed anche la Contessa ed i dignitari salirono sul palco per ascoltare la messa ufficiata da Dodone e dagli altri Vescovi.
Altre messe furono dette contemporaneamente, negli altari preparati all’esterno delle mura, dove ci si confessava e dove si cantavano inni al Santo.
La giornata trascorse tra funzioni e canti fino al vespero, quando le spoglie di S. Geminiano furono poste nella cripta della Cattedrale.
Anche quella sera e quella notte furono di festa, si erano apparecchiate tavole per le strade e nelle varie piazze e i Mutinensi offrivano cibo ai pellegrini che venivano dal contado e dalle altre città ed agli uomini al seguito della Contessa e dei Vescovi. Nella Cattedrale rimasero accese fiaccole per tutta la notte ed armigeri, milites e giovani delle gilde restarono a guardia del sepolcro nelle loro divise più belle.
La mattina dopo le partenze furono un’altra occasione per scendere nelle strade e nelle piazze e salire sugli spalti, nel pomeriggio la maggior parte di chi era giunto a Mutina dal di fuori, era tornato verso le sue dimore e la città riacquistava gli abituali rumori ed in qualche modo stupivano tutti quei festoni e quei drappi appesi alle finestre e per le strade, che nel tumulto e nella grande folla, avevano quasi assunto un aspetto usuale.
Io ero rimasto tutto quel tempo con Imelde, con Guidotto e con Cunizza, dato che Guglielmo faceva parte di coloro che ufficialmente dovevano rappresentare i maggiorenti della città.
La mattina dopo, Guglielmo era distrutto, non era avvezzo alle grandi mangiate ed alle lunghe chiacchierate di occasione, in fondo rimaneva sempre l’uomo schivo del nord.
Passarono ancora alcuni giorni, di tranquilla tristezza, il distacco con Guglielmo era anche in qualche modo il distacco dalla mia terra, mi recavo spesso sugli spalti per guardare a nord verso le grandi montagne, che nelle giornate più serene apparivano all’orizzonte ancora bianche di neve ed in quei momenti mi prendeva un senso di disagio e di malinconia profonda, ma poi mi voltavo e dall’alto delle mura, guardavo quella che ormai era la mia città e subito lo smarrimento veniva colmato da una sensazione di sicurezza, là tra quelle case, quelle torri, quei tetti di paglia vi era Imelde e le persone che ora amavo, i fatti di pochi mesi avevano segnato troppo la mia vita ed ormai appartenevo a questa terra.
In una dolce mattina di maggio Guglielmo decise di partire, Nicolò lo avrebbe atteso a S. Benedetto Po per poi proseguire assieme sino a Verona.
Molta gente era venuta per salutarlo, egli si era recato già al Vescovado ed aveva preso commiato da Dodone, dai magister, da Lanfranco e da tutte le persone che lo avevano stimato ed amato.
Salutò sulla piazza anche Imelde con un lungo abbraccio e le sussurrò all’orecchio qualcosa, che non seppi mai, ma mentre parlava, vedevo il dolce viso della fanciulla accennare ad un sorriso ed annuire più volte.
Guidotto prendendo le mani di Guglielmo tra le sue, assicurò l’amico che sarebbe stato per me come un padre, che avrei certo lavorato con lui e che nulla poteva esserci di pericolo a rimanere a Mutina.
Guglielmo ringraziò tutti ed assieme ci avviammo fuori dalla porta ovest. Io tenevo alla briglia il cavallo regalatogli da Dodone, tacevo, non riuscivo a dire neppure una parola, anche lui era silenzioso, camminavamo lentamente sulla via Aemilia, guardando avanti come se quel tragitto non dovesse mai finire. Avevamo fatte parecchie centinaia di passi, così uno accanto all’altro guardando lontano, come se quel tratto di strada dovesse valere il percorso di una vita.
Egli si fermò, mi prese le briglie e disse “aiutami a salire”.
I suoi occhi erano umidi e tristi ed io che fino ad allora era stato chiuso nel mio dolore, non trattenni più le lacrime abbracciando l’amico. Restammo così per qualche tempo, poi lui mi respinse e disse “su via devo andare”, lo aiutai a salire ed egli senza voltarsi, solo con un braccio levato in segno di saluto, galoppò verso la sua nuova importante meta.
Dagli spalti , dalle mura allora cominciò un canto. Mi voltai e tutti i Mutinensi, sulle bertesche, fuori sui prati prospicienti la porta Ovest accompagnavano con una dolce coro di augurio il loro grande sculptore.
Egli non si voltò, aveva abbassato il braccio e la corsa verso la sua nuova meta si era fatta più veloce sparendo dopo poco in una lieve nube di polvere.
Mi voltai, mi pulii il viso umido di pianto con il dorso delle mani, e ritornai verso la mia città.

 

Franco

 

Nomi storici

Brixellum- nome latino di Brescello, ora in provincia di
Reggio Emilia

Dodone – Vescovo di Modena nel periodo di attuazione del
Duomo

Duomo di Modena- Nell’anno 1097 era partito dall’Italia
l’Imperatore Enrico IV ed arrivarono anche per Modena anni di pace. Si pensò allora alla edificazione di una Cattedrale, perché quella esistente era cadente e si voleva erigere per S. Geminiano un monumento più consono. Si pensa che la vecchia Cattedrale fosse attigua alla nuova e che molti dei marmi che servirono per l’edificazione della nuova opera fossero appunto presi dalla Chiesa più antica e da attigui marmi romani..
Matilde di Canossa, che aveva il governo della città, approvò il disegno ed il 9 giugno 1099 il Vescovo Dodone pose la prima pietra del nuovo Duomo. La traslazione della salma del Santo viene fatta il 30 aprile 1106 ed il Duomo fu definitivamente ultimato lo stesso anno.

Lanfranco – fu l’architetto che edificò il Duomo di Modena,
non si sa a quale paese appartenesse, è certo che oltre ad avere edificata la Basilica edificò anche la torre, allora solo quadrangolare, poi denominata Ghirlandina.

Magiscola Aimone – Canonico, poeta, dettò l’epigrafe incisa
nel marmo e posta dietro l’abside principale del Duomo e raccontò la cronistoria della edificazione della Basilica.

Matilde di Canossa – Succeduta al padre Bonifacio, era
Signora degli stati che comprendevano Modena, Reggio, Parma, Mantova, Ferrara, la Toscana, l’antica Liguria e buona parte dell’Italia centrale, aveva poi ereditato dalla madre anche la Lorena.
Sebbene priva del titolo regale, dominò parte dell’Italia come regina, andando i suoi territori dalla Lombardia sino alle porte di Roma. Era dotata di ingegno, di molta eloquenza, conosceva parecchie lingue ed era di grande cultura. Risiedeva ufficialmente nel castello di Canossa, dove accolse Papa Gregorio VII e dove avvenne l’incontro con l’Imperatore Enrico IV. Morì a Bondeno il 24 luglio 1115 all’età di 66 anni.
La storia della sua vita è ricca di avvenimenti che spesso si confondono con la leggenda.

Wiligelmo– Scultore, che dalle fonti del magiscola Aimone
e dalle iscrizioni che si trovano nel Duomo ha realizzato le opere scultoree di maggior pregio della Basilica modenese.
Non è noto di quale paese fosse, ma il nome Wiligelmo è prettamente teutonico, quindi potrebbe essere di origini tedesche o dell’arco alpino orientale.
Pare che dopo aver lavorato nel Duomo di Modena, si sia recato con lo scultore Nicolò da Ferrara ad effettuare i bassorilievi che ornano la chiesa di S. Zeno a Verona.
Si ritiene che la traduzione italiana di Wiligelmo sia Guglielmo e sembra che effettivamente così venisse chiamato a Modena.

P.S – Gli altri nomi e i fatti di questa storia sono solo frutto di fantasia e non si riferiscono ad accadimenti realmente accaduti.

 

17 Commenti a “LO SCULTORE DI LEONI (VIII° E ULTIMO CAPITOLO)….di Franco Muzzioli”

  1. edis.maria scrive:

    Forse non mi sono spiegata bene. Anche io ho letto ” Lo scultore di leoni”, digitale come prescritto dall’esperimento che Franci prospettava. Solo alla fine di tutto il romanzo, l’ho stampato e letto sul cartaceo. E ho fatto il confronto tra le due letture. L’esperimento lo intendevo così.Pensavo di sentire i pareri di altri lettori, magari più giovani e più esperti sul digitale. Hai ragione, Franci, non è il numero dei commenti che rende interessante o meno uno scritto, ma se trattasi di un esperimento, forse lo sarebbe stato. Franco ho apprezzato molto tutte le varie, profonde descrizioni che hanno impreziosito il tuo romanzo.

  2. francesca (franci scrive:

    E invece, caro Franco i complimenti te li meriti tutti. Pigliati la gloria immediata e goditela! Anch’io ringrazio tutti quelli che hanno dialogato commentando.E anche quelli che, per ovvii motivi, (pur desiderandolo
    ..!) non hanno avuto il coraggio di farlo……
    BUONA DOMENICA A TUTTI!

  3. franco muzzioli scrive:

    Sulla gloria postuma …ho fatto qualche scongiuro…ovviamente non per la gloria…ma per il “postuma”.
    L’estate è appena cominciata e qualche altra lettura penso sarebbe auspicabile.
    Francesca i commenti da me sollecitati erano più che altro motivo di riflessione sul tipo di iniziativa……ringrazio comunque chi carinamente ha fatto complimenti che so benissimo di non meritare.

  4. francesca scrive:

    No no Sandra non e’colpa dell’eta’. E’ che noi vogliamo conservarle le cose belle. Io conservo tutti i biglietti delle mostre che visito, i bigletti aerei dei viaggi che faccio, le fatture dei ristoranti e degli hotel che mi ospitano. Saro’ una vecchia nostalgica e sentimentale? Mi sta bene cosi’. E allo stesso modo amo stampare e conservare le bozze di futuri libri che mi mandano in visione amici. Dove la mettiamo la gloria postuma…? Ah.ah..ahh..um
    n abbraccione Sandra e a tutti. Sto boccheggiando in quel di Milano!

  5. francesca scrive:

    Cari Franco, Edis e Sandra forse non mi sono spiegata bene. Io ho letto in tutta la sua intierezza il libro “virtuale” ma poi ho deciso di stamparlo per conservarlo, oltre che rileggerlo con tutta tranquillita’e comodita’. E so anche che in tanti l’hanno letto con interesse per cui l’intento e’stato raggiunto. IL LIBRO VIRTUALE FUNZIONA ED E’ APPREZZATO! Come ho gia’avuto modo di dire in recente passato, noi di Incontriamoci NON andiamo a caccia di commenti come fanno in altro n
    blog, perche’ abbiamo rispetto degli utenti e lasciamo piena liberta’e diritto di commentare o meno. E poi scusate, ma un libro scritto (io lo definisco “partorito”) da un utente, avra’ben piu’valore di un copia-incolla di un pezzo ricavato da Internet…..o no?????? Quindi, come dice un caro amico, AVANTI TUTTA!

  6. sandra vi scrive:

    Franci.d’accordo e’ un bel libro piacevolr e a me e’ piaciutomolto ,ma scusa ,se lo stampiamo abbiamo un bellissimo libro cartaceo in libreria ,ma nn era lo scopo che c’eravamo preposto mi pare .Scusa ,forse sbaglio ,ho letto male e interpetrato peggio……colpa eta’ dice EDIS ahahahah ciaoooooo

  7. edis.maria scrive:

    Cara Franci, anche io l’ho stampato e, dico sinceramente , l’ho letto con più gusto ! Sono un po’ ” antica”!!! O forse più pigra! Una bella poltrona, una lampada accanto, un piacevole libro scritto da Franco, che c’è di meglio? Per me i libri sono la ricchezza delle nostre case, le nostre intelligenze, i nostri ricordi: che non devono mai sparire dietro ad uno schermo!!

  8. franco muzzioli scrive:

    Al di la della “bontà letteraria” del romanzetto ,lo scopo era “l’invito alla lettura”….solo un 5% degli italiani leggono normalmente libri…..quindi se siamo riusciti a recuperarne qualche unità mi pare già un successo. E’ emblematico il commento di Alba …” Io che sono pigra a leggere un libro, ho letto d’un fiato il pimo capitolo …aspettando il prossimo…..”
    Forse qualche appunto si può fare …la lettura digitale è giustamente complicata e come fa presente Edis ,Francesca per avere forse un ricordo, ma anche una lettura più organica …se lo è stampato.
    Per prossime esperienze , se ci saranno, pubblicherei la pagina non ingrandita , ma nel normale formato libro (meno macchinoso il leggerla). Poi pubblicherei almeno due capitoli per volta(o anche più -dipende dalla lunghezza del capitolo) per non frazionare eccessivamente la lettura. Vanno bene le tre pubblicazioni settimanali, sempre a mio parere.
    Ora rispondo a Francesca …il romanzo è tratto dalle cronache del Magicola Aimone , quindi per ciò che riguarda la edificazione del Duomo è tutto vero.
    San Geminiano, coevo di Sant’Ambrogio è anche il protettore di San Giminiano (storpiatura del nome) …e nelle leggende sembra che abbia evitato che Modena venisse saccheggiata da Attila facendo venire una fitta nebbia (non rara in queste parti), che disorientò l’unno che oltrepasso senza colpo ferire la città.

  9. francesca (franci) scrive:

    Hai ragione Edis e non sei affatto un’impicciona. Io ho letto il libro di Franco digitalmente ma poi l’ho stampato per conservarlo nella mia biblioteca perchè penso che un libro sia sempre qualcosa da conservare e virtualmente l’avrei perso.
    Per quanto riguarda il commentarlo l’ho ampiamente fatto e sto aspettando le risposte da Franco.
    Ceeeerrrtooo che puoi stamparlo anche tu, mica c’è il divieto di stampa…ahahah!!!

  10. edis.maria scrive:

    Franci, forse ricordo male io( sai l’età!) , ma il motivo della lettura del libro di Franco non era l’eventuale dibattito su lettura digitale? Perchè tu , per leggerlo più comodamente l’hai stampato? Sono una impicciona o me lo posso permettere????ahahaah!!!!

  11. francesca (franci) scrive:

    Ho necessità, però, di chiarire alcune cose con te, Franco. San Geminiano, le cui spoglie riposano nel Duomo di Modena, era il Santo che liberò la città di San Gimignano dai barbari? Te lo chiedo, Franco, perchè sono reduce da un viaggio a Siena e San Gimignano ed è qui che ho appreso, tra le tante notizie d’Arte e Storia, che a questa città è stato dato il nome del Santo Vescovo di Modena (o Mutina), Gimignano appunto.
    Tu hai precisato che nomi e fatti sono frutto di fantasia, però il tuo racconto, per quanto riguarda i personaggi, è molto vicino alla vera storia di Mutina-Modena relativa alla costruzione del Duomo. Escludendo, ovviamente, la narrazione un pò romanzata che fa da filo conduttore, peraltro brillante e avventuroso e molto ben “costruito” nel suo stimolante contenuto, vorrei chiederti a quali “leones” ti riferisci, quelli della facciata o della Porta Regia?
    Mi restano ancora dei complimenti, li aggiungo☺.

  12. edis.maria scrive:

    Libro che ci ha fatti immergere in una parte della nostra Storia, che ha dato una svolta importante alla Nostra Società! Franco ha saputo descrivere il vivere, le abitudini di quel periodo dopo aver studiato a fondo ogni minuscolo particolare , cosicchè il lettore potesse quasi sentirsi parte in causa. Forse però per un lettore poco consono alla lettura, per di più digitale, la cosa può diventare un po’ faticosa. Le vicende del racconto sono piacevoli e interessanti, ma sovente bisognava rifarsi al racconto precedente per ricordare nomi di persone, ma più che altro, nomi di oggetti che nel Medioevo erano chiamati diversamente. Franco faccio queste osservazioni, perchè forse, dico forse, per Eldy è troppo specifico??? O forse la lettura digitale non aiuta? Sentiamo altri pareri,…………

  13. francesca (franci) scrive:

    Innanzitutto mi preme fare seri complimenti a Franco-scrittore. Non ti preoccupare dei refusi, Franco, il tuo libro vale ben altro di un innocuo errore di battitura. Dal contenuto interessante, sia sotto il profilo artistico, che storico, il tuo racconto sfocia in un’inaspettata ma felice conclusione. Una classica storia a lieto fine intrecciata da battaglie, passioni, umori da necessità di indipendenza da strapotere imperiale e desiderio di costituzione del libero Comune.
    Mi è proprio piaciuta e devo dirti che per leggerlo più comodamente, come sempre faccio, mi sono stampata il tuo libro. Ora è qui, all’interno della mia libreria ad arricchire la mia biblioteca.
    Grazie Franco.

  14. Giulio Salvatori scrive:

    LO scrivere di Franco l’avevamo già “assaporato” diverse volte.La sua capacità descrittiva e colta , precisa e minuziosa di particolari, ti catapulta nella lettura. ( misono ritrovato, ragazzino, a fare i botti con la miscela di potassio e zolfo sulla piazza della chiesa, col prete che ci rincorreva …) La lettura di questo libro , come ho già detto, richiede/richiederebbe una conoscenza storica, ma Franco mi ha accompagnato molto bene . (Anche Michelangelo si portò gli scalpellini da Settignano, più esperti dei cavatori delle Apuane ).Non voglio certamente ergermi a critico letterario, non ne avrei neanche la capacità, ma, un tuffo nel passato, era tanto che non lo rifacevo. E come si dice da noi :- Mi è garbato proprio. Grazie Franco

  15. sandra vi scrive:

    Io hofinito di leggerlo adesso ,un bravo a Franco .a me e’ piaciuto moltissimo anche perche mi piacciono i libri che parlano di storia ,Questo l;ho trovato particolarmente interessante ,la descrizione dei personaggi ,dei luoghi fatta in modo cosi’ preciso scalpellati direi,l’ho letto con interesse e ringrazio Franci d’averlo postato e l’autore per lo scritto

  16. francesca (franci) scrive:

    Non credo sia solo marcisismo la richiesta legittima di Franco. Anch’io vorrei scambiare pareri e opinioni su questo interessante, e particolare, libro con tutti voi.
    So che in tanti l’avete letto, io pure.
    E quindi sia io che Franco (ma soprattutto lui), aspettiamo i vostri pensieri per creare un bel dialogo dal quale possono fuoriuscire sfumature, interpretazioni, letture, osservazioni e, perchè no, anche critiche.
    Questo era l’intento e, in ogni caso, commenti o no, è sicuramente riuscito!

  17. franco muzzioli scrive:

    Con la naturale narcisistica curiosità “dell’autore” sarei grato di avere i vostri giudizi, scusandomi a priori di alcune imperfezioni e refusi nati nella stesura.
    Qualcuno mi ha scritto che era anni che non leggeva un libro e questo “esperimento” lo ha portato ad interessarsi di questa piccolissima opera di scrittura.
    Un ringraziamento a Francesca che con lungimiranza coglie sempre le innovazioni che possono far cresecere il blog.

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