dialetti

Perché una lingua per ogni italiano ? Perché i nostri dialetti sono tantissimi, faccio un esempio : a Modena si parla ovviamente il dialetto modenese , a Carpi (20 km da Modena) si parla un dialetto modenese/reggiano/mantovano , a Castelfranco Emilia (12 km) un dialetto modenese/bolognese , a Mirandola (35 km) un dialetto modenese /ferrarese e a Sassuolo (18 km) un dialetto modenese/montanaro. Cambia un accento su di una vocale , si apre maggiormente la “a” , si chiude la “e” , ci sono doppie , insomma ci si capisce bene , ma sono idiomi diversi.
Tra tutte le nazioni europee l’Italia è il paese più frazionato nei suoi dialetti , è certamente una ricchezza per la molteplicità degli usi e dei costumi e soprattutto per la varietà e bontà della cucina.

Dante con il “volgare” iniziò ad introdurre una lingua unica “il dolce stilnovo” che nasceva dal toscano e che sarà in seguito la lingua che noi oggi comunemente parliamo . Le lingue latinizzate erano moltissime, tanti erano i popoli che abitavano la Penisola , per citarne alcuni : retici , veneti, illiri, galli, celti, liguri, etruschi, sardi, sanniti ,siconi ,umbri ecc. Questa mescolanza ha dato origine ai vari dialetti .

dialetti 4

Il plurilinguismo è rimasto ancora in molte regioni , soprattutto in quelle più isolate e con piccoli centri .

In fondo la parola “dialetto” viene dal greco “dialektos” (che significa lingua) ,poi dal latino “dialectus” ,che è lo specifico “parlare” di un luogo.

Molto della tradizione orale del passato viene dai dialetti che sono ancora la connotazione del territorio e la caratterizzazione di una comunità , soprattutto quella contadina che fino a cento anni fa era la forza lavoro predominante.

dialetti 2

L’Ascoli nel 1882 divide i dialetti italiani in quattro gruppi:

A- dialetti franco provenzali – ladini

B – dialetti gallo italici – dialetto sardi

C – dialetti veneti – dialetti centrali – dialetti meridionali

D – toscano

C’è una divisione anche del Pellegrini :

dialetti settentrionali

friulano

toscano

dialetti centromeridionali

sardo.

Anche le “maschere” caratterizzano luoghi e dialetti : Gianduia di Torino – Meneghino di Milano – Arlecchino e Brighella di Bergamo – Pantalone , Rosaura e Colombina di Venezia – Sandrone di Modena – Balanzone e Fagiolino di Bologna – Stenterello di Firenze – Burlamacco di Viareggio – Meo Patacca di Roma – Pulcinella di Napoli …tanto per citare le più famose.

Questi idiomi stanno perdendosi nella memoria dei vecchi e nelle tradizioni che ancora resistono. Sono pochissimi i giovani che parlano il dialetto , nell’ ambito familiare non si parla più . Molte sono ormai le famiglie composte da persone che vengono da parti diverse d’Italia, quindi per ovvie ragioni ci deve essere una unica lingua di comunicazione.

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Con l’arrivo degli immigrati , con lo spostamento degli italiani per motivi di lavoro e quindi l’abbandono di quei territori dove si poteva ancora sentir qualche parola in dialetto è difficile che questi idiomi che rappresentano le radici della nostra cultura e delle nostre tradizioni possano sopravvivere a lungo.

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Credo che un piccolo sforzo possiamo farlo noi “stagionati” , parlando il dialetto con i nostri nipoti , leggendo Trilussa e tutti i poeti dialettali , cercando di non far svanire quello che legava in modo indissolubile i nostri vecchi , per non smarrire quella saggezza che per tanti anni ha segnato un cammino.

Franco

26 Commenti a “UNA LINGUA PER OGNI ITALIANO……di Franco Muzzioli”

  1. franco scrive:

    Cara Francesca , manca o’ dialetto per antonomasia , il napoletano , per rappresentarlo cito qualche verso di Libero Bovio , di una canzone che non rappresenta solo Napoli , ma spero tutti gli italiani.

    Chist’è o paese d’ò sole
    chist’è o paese d’ò mare
    chist’è o paese addò tutt’e pparole
    sò dolce o sò amare
    sò sempre pparole d’ammore .

  2. francesca (franci) scrive:

    E per par condicio ci vuole anche “el milanes”. Tel chi:

    “Mi vu in gir de chi e de là
    mi vu in gir per laurà
    troevi tanti bigliett de mila
    me vegnù in ment de cumprà una Balila.
    E la surpresa dei me fradei
    che m’han mangià anca i budei
    mia cusina che la stà in via Larga
    la m’ha mangià anca la targa.
    La mia zia de Gurgunzoela
    cunt i gomm l’ha fa la cassouela.
    El mè nonu che el g’hà l’angina
    l’ha ciapà la ciucca cu la benzina.
    La Maria che la stà in la mia porta
    la m’ha mangià la roda de scorta
    el cines cicic e ciscofen
    el ancamò li chel pisa in del cofen”.

    (da LA BALILLA di Giorgio Gaber)

  3. francesca (franci) scrive:

    E una bella “pasquinata” in romanesco non ci sta male.

    “Pijo er tranve e io pago er bijetto,
    Sull’auto, la tassa la pago libbrètto,
    Pe’ la machina ho preso la patente
    Inzomma faccio come fa la gente
    Ma, io vedo rubbà a quattro mani;
    Da, ‘sto cèto de zoccole e de nani!
    Si giro l’occhi, lo vedo chiaro e tònno,
    Perché m’illudo de cambià ‘sto mònno?
    Caro Pasquino, che tempacci brutti!
    Tu di’ si ciò raggione;
    Er popolo è fregnone
    Come er cerino:
    Se fa fregà da tutti!”

  4. franco scrive:

    Tipico è l’italiano maccheronico , nel teatro di Tespi(teatro di strada dal 500 ad oggi) dove i vari dialetti venivano italianizzati, ma negli stessi romanzi di Camilleri c’è un siciliano spesso addomesticato o nelle commedie di De Filippo (Napoli ) , di Govi (Genova) nelle commedie milanesi (come Felicita Colmbo) ecc. Sarebbe interessante approfondire!!!

  5. franco scrive:

    Più bello erano i nostri contadini o gli abitanti delle campagne che parlavano solo il dialetto e quando erano in città o parlavano con i “signori” italianizzavano termini dialettali. Mi ricordo che avevamo negli anni 60 una COLF che veniva dalla campagna e parlava normalmente il dialetto e quando c’era da voltare il materasso (in dialetto materasso si dice tamaraz ) diceva “sgnòra voltiamo il tamarazzo ?” oppure parlando dell’imbuto (in dialetto si dice dvinèl) …diceva ho preso il dvinello …e così via.

  6. Giulio Salvatori scrive:

    Molti anni fa, i primi turisti arrivavano al paese, la gente li guardava un po’ con diffidenza, poi…si abituò alla loro presenza, La Maria , che voleva parlare correttamente l’italiano e non il dialetto gridò al nipote che stava correndo:” Giorgettoooo, vai piano che cadiiiii…” Ma giorgetto camminava ancora più veloce:” Giorgioooo, va piano che sfucichi , picchi ‘na cotrionata ‘n terra ti sfiliiii “.Mi sembra di facile comprensione

  7. franco scrive:

    Giuseppe …scrivi un pò di sardo daiiiiiiiiiiiii, quella sì che è una lingua . Mi ricordo quattro anni fa ero al Due Lune di San Teodoro e una sera piovviginò e il cameriere mi disse ” Abba de sero , friscu de manzanu” era troppo bella e me la segnai. La mattina era sparita la calura e si stava d’incanto.

  8. francesca (franci) scrive:

    E visto che nessun piemontese verace ha tradotto la mia storiella in dialetto, ci provo io.
    “Un prete novizio viene mandato a sostituire un parroco di una città del Piemonte. Prima della Messa il giovane prete è molto preoccupato e chiede consiglio al suo Arcivescovo che gli dice di mettere qualche goccia di vodka nell’acqua prima di dire Messa per tirarsi un pò su. Gli dice: “metti una, due, tre gocce di vodka nell’acqua e ti sentirai meglio, ti daranno un certo tono”. E difatti la Messa risulta straordinaria, un successone e lui va a dormire bello felice pensando: anche se è la prima volta è andata proprio bene.
    Il mattino seguente trova sul tavolo della sacrestia una lettera del Vescovo:
    “Mio caro Don Gianpaolo, ti scrivo appena due righe per parlare della tua funzione. Domenica prossima, metti solo qualche goccia di vodka nell’acqua, non fare il contrario. E ricordati che non è bello vederti strisciare il limone intorno al calice. E non adoperarela tonaca come fosse un tovagliolo per pulirti la bocca. I Comandamenti sono 10 non 12, e i Discepoli sono 12 non 10. Quando parli della croce, non dire che è una T di legno. Se vuoi parlare di nostro Signore e dei suoi Discepoli, non chiamarlo Jesus Christ Superstar e la sua band. E un’altra volta non definire Giuda quel figlio di una mignotta. E sua madre non chiamarla “zoccolona”, capito? Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, non sono Il Vecchio, Junior e Il Fantasmino. Per carità, hai fatto bene a far battere le mani ai fedeli, ma proprio fargli ballare la macharena, dai..!!!! Le ostie van date alla gente per fare la Comunione, non sono dei biscottini da intingere nel vino, d’accordo? Quel grand’uomo che sta là sulla croce, è nostro Signore. Ha la barba lo so, anche un po’ lunga d’accordo, ma non è Che Guevara! La Messa non è una funzione di due tempi da 45 minuti ciascuno e quello vestito di nero è il sacrestano, non quel cornuto dell’arbitro. Quello che era seduto vicino a te ero io, il tuo Arcivescovo, non uno qualunque vestito di rosa che ti sembrava un “finocchione”. Quando la funzione è finita devi dire: La Messa è finita, andate in pace, non: che mal di testa, andate tutti fuori dalle balle! Per il resto, mi sembra che te la sei cavata anche troppo bene”.

  9. Anna scrive:

    Sempre piaciuto il dialetto,particolarmente il mio dialetto Brianzolo che cambia nei suoni e nelle parole anche tra paesini vicini. Una parola che uso spesso è Sciura tipica di Milano.Un bellissimo argomento, peccato che i nostri giovani usino pochissimo il dialetto, bagaglio culturale che andrà perso col tempo.

  10. Giuseppe3.ca scrive:

    Un grande post Franco… notizie delle quali dobbiamo tener conto per non perdere il bagaglio culturale dei dialetti regionali, o meglio locali, perché ogni zona ha il suo modo di parlare. Dialetti che possiamo chiamare lingue perché tali sono e oggi ci si rende conto che è necessario difenderle per non perderle del tutto. La Sardegna ha iniziato un percorso di salvaguardia dei propri dialetti portandoli al riconoscimento come “lingua” e inserendo l’insegnamento in alcune scuole. È già un primo passo per la protezione linguistica come cultura da non perdere. Anche a livello universitario sono stati istituiti dei corsi che possono essere seguiti on-line ma con esame finale alla presenza di una commissione di docenti studiosi della lingua sarda. Ho avuto la fortuna di partecipare con ottimi risultati, conseguendo il relativo attestato ma sarebbe necessario poter continuare.
    Relativamente alla distribuzione linguistico-dialettale in Italia potrei citare un proverbio sardo: “Centu concas e centu berrittas” ovvero “Cento teste e cento berretti”, nel senso che ci sono cento teste e ogni testa ha il suo modo di pensare, ovvero di parlare. Grazie.

  11. francesca (franci) scrive:

    E adesso provo io con una storiella in piemontese. Chiedo venia ai veri piemontesi per le parole sicuramente non esatte che scriverò, ma tant’è…non sono propriamente piemontese pura.

    Un prete novizio viene mandato a sostituire un parroco di una città del Piemonte. Prima della Messa il giovane prete è molto preoccupato e chiede consiglio al suo Vescovo che gli consiglia di mettere qualche goccia di vodka nell’acqua prima di dire Messa per tirarsi un pò su. Gli dice: “buta na guta, trei quater gute di vodka in tl’acqua, ti sentirai meglio”. E difatti ‘na Messa straordinaria, là fac un sucess, chiel el va a droemi tut bel cuntent, a bon, la prima vota l’è andaita propri ben.
    Il mattino seguente trova sul tavolo della sacrestia una lettera del Vescovo:
    “Me car Don Gianpaolo, apena du righi per la tua funsion, apena apena. Duminica prossima, bita an poc de vodka in tl’acqua, fa nen al cuntrari. Smenteiti nen che el fa nen tant fin strusè on limon in tel calice. Devi nen druvè la tonaca cume che la fis un tualet. I cumandamenti sun des nent a dudes e i disepuli a sun dudes nen des. Quand che’t parl de la crus, dit nen cà lè nà T linea. Se voeri parlè de nos Signur e de i so disepul, devi nen dì Jesus Christ Superstar e la so bend. E natra vota ciama nen Giuda quel fiu de nà bagascia. E pò, so mari, lè nen stata ‘na soclona e so pari l’era nen quel a che piasiva butè l’aqua en cà. El Pari, el Fio el Spirit Sant, dismenti nenta, poeri nen ciamei Il Vechio, Junior, Il Fantasmino. Guarda che quand u termini u sbuias in t’la pansa, tei andà ciapela in tel cunfesiunal e per gionta te tei buta a criè ” uè Anda, tira l’acqua”. Per carità, tei fai ben a fei bat i man a la gent, ma nen anca fei balà la macharena! Le ostie va dac a la gent per fè la Cumunion d’acordi? I son ne dei biscuten da pucè in tel vin. Quel grand om che lè là in t’la crus, a lè nos Signur, l’à la barba d’acordi, anche se un pò lunga d’acordi, ma lè nenta Che Guevara. La funsion lè nenta dui temp da quarantasinc minuti, e qul vestì d’neir a lè el sacrestan nenta qul cornuto d’ l’arbitro. Qul che l’era setà tacà ti, a iera mi el tuo arcivescovo, nenta un qualunque vestì d’rosa ca smia un finusion. Quand che la funsion lè finia, devi dìc: la Messa è finita, andate in pace, no che mal ‘d testa, andè foera dan te bale. Per il resto, a ma smia che te la sei cavata anche troppo bene”.

  12. francesca (franci) scrive:

    Riprovo a tradurre la frase di Nembo: “Sullo schiacciasassi ci sono due cassetti chiusi a chiave. In uno, bello grosso, un oliatore per ungere, nell’altro una lista con i nomi dei “galantuomini” da accarezzare con le unghie”. Sempre più metafora con morale! Ahjaahjaahjaj…Nembo, niente di più attuale.

  13. Nembo scrive:

    la metafora continua in dialetto…Sul schisciasass gh’è dùu cassett a ciav.In vun bell gross, on oliadòr per vung in l’alter ona lista con i nom de “Galantom” de carezzà coi ong!

  14. Nembo scrive:

    Francesca hai tradotto benissimo la metafora in dialetto, promossa con lode!La morale si può interpretare con un pensiero che credo valga per tutti in questo periodo. Un Saluto.

  15. gianna scrive:

    Franco il tuo post,e” Bello” scritto da Francesca,certo le nostre lingue”andranno dimensionate e cercheremo di capire le ragioni la lontananza da molto tempo, dopo parecchi anni che vivo lontana dal ,Veneto è non avendo parenti o amici vicini per incontrarci e parlare la nostra lingua si perde moltissimo. Io certo lo capisco ma non lo saprei scrivere in dialetto ,i pochi nipoti che sento parlano con me da sempre Italiano ,comunque i dialetti non mi mancano, certi dialetti sono simpatici, allegri, bisognerebbe partecipare a Concorsi Dialettali. Ma ora non serve va bene per i nostri Giovani. Un saluto, ciaoo

  16. franco scrive:

    Cercate massime o aforismi nei vostri dialettri ….. forza!!!!
    Proverbio modenese:
    La blàza l’è pr’un àn, la buntè per sèimper.
    (la bellezza è per un anno , la bontà per sempre).
    Ora vi faccio vedere lo stesso aforisma prima in dialetto romagnolo poi modenese ,per farvi capire che in 60 km si parlano “lingue” diverse:
    romagnolo :
    “un gòt è fa ben, du i n’fa mel,u t’arvèna un buchel”
    modenese :
    “un bicèr al fà bein , du in fan mèl, at’àrveina un buchèl”
    (Un bicchiere fa bene, due non fanno male, ti rovina un boccale).

  17. Nembo scrive:

    Traduco il dialetto del commento: Arrivato sulla cima del mondo l’Uomo di Punta tira il freno a mano a guardare in basso, la dove è passato con lo schiacciasassi delle ruote fatte con parole, promesse, imbrogli.

  18. Giulio Salvatori scrive:

    Bello, bello e bello, immaginate se quello -Schiacciasassi” potesse entrare nelle stanze romane .

  19. alba morsilli scrive:

    A Genova c’è un detto “A lanterna a loggia sentì parla cosci” significa la lanterna si muove a sentire parlare così.
    Eravamo ai tempi dei gabbibi (meridionali )che venivano a Genova, loro che l’italiano manco sapevano che cosa era, e noi genovesi restii a parlare con loro.
    Si, forse si perde il dialetto ma ha unito tante persone l’italiano, a capirci, a tollerarci, a mischiarci uno con l’altro, tanto è vero che non trovi più un genovese doc.
    Però perdere il genovese dispiace e così una tv privata parla tutto in dialetto, e molti i corsi in genovese. Ai miei nipotini mi rivolgo in dialetto tanto che Diego spiccica qualche parola, da morire dal ridere a sentirlo, vorrei che entrasse nelle scuole come è entrato l’inglese, sono le nostre origini e non dobbiamo perderle.
    La canzone MA SE GHE PENSU di Bruno Lauzi meglio rappresenta Genova.
    Metto il link per chi la vuol sentire.

    https://www.youtube.com/watch?v=kCdgK0GQWfQ

  20. francesca (franci) scrive:

    Visto che sono diventata la traduttrice-simultanea-ufficiale, provo a tradurre anche la frase di Nembo: “Giunto sulla sommità del mondo, l’Uomo di Punta tira il freno a mano, guarda in basso là dove è passato con lo schiacciasassi dalle ruote fatte di parole, promesse, imbrogli”. E’ corretto Nembo? Qui però c’è una bella metafora, una morale tutta che non lascia spazio ad altre interpretazioni. Mi piace, bella molto bella.

  21. Nembo scrive:

    Molti dialetti di regione e provincie stanno scomparendo, le tradizioni dialettali e l’originalità dei vari dialetti con le varie forme lessicali e filastroche d’origine delle varie regioni si stanno dimenticando, anche perchè ormai da anni in famiglia si parla in prevalenza Italiano e sempre meno dialetto. Abbiamo perso unn grande patrimonio e, andando avanti così perderemo anche tutte le nostre tradizioni compreso le peculiorità locali delle varie nostre storie. Dovremo impare l’Arabo, ( visto che in molte scuole già lo insegnano per un futuro non lontano)dimenticando il nostro dialetto locale che è sempre più a rischio, anche se il mandarino è la lingua più parlata nel pianeta. Ora scrivo pure io un pò di dialetto Brianzolo: Rivà sul somm del mond l’Omen de Punta el tira el freno a man, a vardà in bass, la, indovè l’è passà col schisciassas dai roeud fà coi paroll, promess, inbroj.

  22. franco scrive:

    Cara Francesca traduzione perfetta ,ma come puoi vedere anche il dialetto di Asti appartiene al ceppo gallo-italico con chiare influenze celtiche, quindi piemontesi – lomabardi – emiliano veneti certamente si “intendono” è ovvio che ci saranno parole specifiche locali (intraducibili)come ad esempio la brèga (pantaloni) o la famosa rezdòra (la reggitrice della casa , cioè la padrona ), o il francofono tirabùsoun (levatappi) ecc.
    Sarebbe bello che si ponessero esempi …per conoscere…per capire…per imparare.

  23. francesca scrive:

    Qui ci vuole un traduttore simultaneo: “Innanzitutto sono contento di essere con dei cari amici, significa che il nostro sodalizio funziona proprio bene. Diciamo cose importanti, facciamo begli articoli che neanche un giornale nazionale sa fare. Adesso parliamo di dialetti e ho voluto dimostrare che le nostre parlate locali sono delle vere e proprie lingue da continuare a parlare e scrivere perche’altrimenti muoiono con noi”. Ho tradotto bene, Franco? E non sono neanche modenese…

  24. franco scrive:

    Intant a sùn cùntèint d’eser cun di cher amigh ,pò am pèr che al nostèr sodàlezi al funziona pròpria bèin ,a gèm dal cosi importanti , a fem di bèe articol che gnac un giurnel ed qui nazionèl i’èin boun ed fèr. Adèsa a parlàm ed dialèt e ho vlù dimostrèr che el nostri parlèdi lochèli i’ein del veri e proprì lengui da continuèr a parler e screvèr , perchè se nò al mòren con nùeter.

  25. Giulio Salvatori scrive:

    Alcune volte ho spedito a ” Santa Francesca” degli elaborati in dialetto o parlata, ma penso che siamo rimasti in “Tre” come la canzone di Modugno.Anche se sono un sostenitore , vedo di anno in anno calare i partecipanti al Concorso Dialettale.La scuola è assente e i giovani ignorano l’antico parlare. Ci pensano alcune compagnie teatrali che si cimentano …ma la fonetica non è più quella dei nonni. Bravo Franco, bella lezione e accurata indagine. Avanti Tutta .

  26. lorenzo12.rm scrive:

    Bello e “sapiente” il tuo post, Franco. Certo: le nostre “lingue” saranno ridimensionate in futuro e dobbiamo farcene una ragione. Ma viviamo i cambiamenti in letizia ed in pace. Perché inquietarci e soffrire?

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