scritto da francesca il 2 12 2017

Oggi ho letto un articolo di Scalfari intitolato "lo sconosciuto prossimo tuo" e mi sono trovato a ragionare sulla massima evangelica "ama il prossimo tuo come te stesso" e ho avuto difficoltà a pensare a questa frase in modo totalizzante .

In un mondo globalizzato bisognerebbe essere santi per mettere in pratica un tale principio.

Come posso considerare "mio prossimo" quelli dell'ISIS ? O gli stupratori di donne ?

Bisogna avere una pelle cristiana veramente eccezionale per non fare qualche distinguo.

Anche nell'ambito più ristretto , quello nazionale ...è mio prossimo lo sfasciatore di nasi di Ostia ? O il mafioso e il corruttore di turno ?

Sono un vecchio uomo con tanti difetti e forse comincio a far fatica ad aprirmi completamente agli altri nonostante tutto. Forse riesco a sentire di più "mio prossimo" un fedele cane che mi da compagnia e affetto.

Poi che ci si debba predisporre mentalmente al perdono, alla comprensione , alla fraternità e cosa certamente opportuna .

Bandire l'odio , le rivalse, le distanze razziali è certo necessario , ma decisamente complicato se consideri chi pensa alla donna come essere inferiore , chi pratica l'infibulazione , chi sfrutta gli altri esseri umani rendendoli addirittura in schiavitù.

A questo punto confesso il mio limite e riformulo la massima " amo quasi tutto il mio prossimo come me stesso"...spero siate più bravi di me !

 

Franco

scritto da francesca il 28 11 2017

E dopo tanta violenza finalmente un pò di "dolce" che ci giunge dal nostro amico Giulio. Desidero fare una premessa a questo suo pezzo. Che sia storia vera o di fantasia poco importa, è comunque una pagina di un passato così lontano ma così delizioso, che oserei definire  “l’amore d'altri tempi”. E lo dico perchè nell’era di whatsapp, internet e dei social network, le parole, i sentimenti latitano un pochino. A noi però, leggendo questo post di Giulio, non manca la voglia di sognare e di emozionarci. Diventiamo tutti più giovani e snelli, luminosi e brillanti. Pertanto, un grazie di cuore a Giulio e a tutti i forever young (per sempre giovani), auguro semplicemente buona lettura.

     

La sua casa era ai margini di un grande prato in collina. Ai lati c’erano le piane coltivate o da coltivare. In alto, al limitare del bosco, la stalla con le bestie: otto pecore, dieci capre. Una rete metallica impediva al gregge di andare a fare dei danni e sciupare il raccolto, solo il cane era libero di correre. Una grande capanna con il tetto coperto a tegoli toscani, ricopriva fieno, legname e attrezzi da lavoro. Una rudimentale canala rattoppata alla meglio, raccoglieva le acque piovane del tetto e le rovesciava in un grosso tino di castagno dal quale partivano diversi tubi di gomma per l’irriga-zione.

 

Andavo spesso a trovare il mio amico Mario,  perché vi erano un’infinità di piante da frutto per ogni stagione, ma ci andavo volentieri anche perché, sua sorella era carina: anzi, bella. Quando mi vedeva, liberava le bestie e si andava nel bosco, ci pensava il cane a tenerle unite. Dovevamo cogliere le more e mirtilli, ma non riuscivamo mai, mai e poi mai, a riempire il piccolo canestrino di vimini fatto dal babbo. Quella marmellata di frutti di bosco, sua madre non l’ha mai fatta .

 

A primavera inoltrata era uno spettacolo, anche perché nel prato, durante l’inverno, ci gettavano le ceneri del caminetto e della stufa a legna e concime tritato, sparso come fa il contadino quando semina il grano. Così cresceva l’erba rigogliosa e un’infinità di fiori.

 

Saranno confini dettati dalla natura ma, da una parte nascevano le viole, sopra il sasso lungo di quarzo che brillava al sole, spuntavano i ranuncoli, più su ancora, le giunchiglie, sul ciglio assolato i croki. Ma a noi, io e Loriana, questo è il nome della ragazza, ci garbavano le viole.

 

Le giunchiglie, non le raccoglievamo, hanno un profumo forte, quasi da nausea, tant’è che in ambienti chiusi non vanno mai messe perché consumano l’aria: così dicevano i genitori. Mentre la viola, ha un odore tenue, leggero, dolce.

   

Le viole avevano colori diversi che andavano dal viola cupo al violetto chiaro verso il bianco. Tonalità diverse di colori si mescolavano in mezzo all’erba cipollina, al tarassaco, al trifoglio... Lory, così la chiamavo, individuava spesso i quadrifogli e li mostrava come un trofeo fissandoli in mezzo ai mazzetti delle viole. Io non ne trovavo mai: diceva che portano fortuna.

 

Aveva i capelli biondo-castano un po’ ricci che le sfioravano le spalle divisi da una riga dritta dalla parte destra che scopriva la fronte, una ciocca sbarazzina le cadeva sulla guancia sinistra e se la portava ogni tanto dietro l’orecchio, la camicetta a collo tondo sempre sbottonata che faceva intravvedere le rotondità dei seni. Gli immancabili pantaloni attillati arrotolati fin sotto il ginocchio e le scarpe da tennis ricoperte dalla piegatura dei calzini. Le sopracciglia ben delineate esaltavano due occhi dolci in una faccia luminosa. Le labbra sottili parlavano un linguaggio a noi noto: una melodia indimenticabile, fraseggi e improvvisazioni ispirate dall’emozioni di un amore che sboccia, il primo amore. Seduti sopra una rudimentale panchina ascoltavamo la musica da un piccolo gracchiante registratore a cassette: Daiana di Paul Anka, Smoke gets in your eyes, Only you dei Platters…E, ancora oggi, quando suono quei brani, sparisce lo spartito e un insieme di ricordi rimbalzano nel cuore.

 

I campanili appollaiati nelle anse dei monti, si salutavano suonando l’inno del mezzogiorno. Puntuale arrivava il richiamo della mamma, alla quale rispondeva a bassa voce: un attimo, prendo l’insalata nell’orto e arrivo. Capivo che doveva rientrare. Ancora un guizzo nel bosco per un bacio frettoloso e correva verso casa. Salutavo e sparivo donandole una comprensiva occhiata che voleva dire: alla prossima. Mario accudiva le bestie e fingeva di non vedere: erano accordi presi con la sorella: una buona e giusta complicità.

 

Sono passati molti anni, le strade si divisero. Ma quando sento il profumo di viola il ricordo va a quei giorni spensierati, a quel sole che scaldava la faccia e il cuore, a quella montagna di rovi con le more, a quella quercia che porta ancora le nostre iniziali racchiuse in un cuore: G-L.

 

Giulio Salvatori  - Il solito Maledetto Toscano.

 

(Luoghi e nomi, sono puramente casuali e nascono dalla fantasia dell’autore.)

scritto da francesca il 27 11 2017

Provate a rispondere....

                 

   

..e buona settimana a tutti!!

   

Francesca

scritto da francesca il 24 11 2017

25 Novembre 2017 -

GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

 

MAI PIU'.....