scritto da francesca il 14 04 2018

Ciao amici, oggi vi porto ad ammirare alcune tra le più grandi opere di  quello scultore eccezionale che è ANTONIO CANOVA, l'artista che sa raggiungere la perfezione e la bellezza ideale senza privare dell'Anima i suoi personaggi.

Eccomi, io sono pronta e voi?

     

Siamo a Forlì, al Museo Canova.

La EBE ci accoglie in tutta la sua magnificenza. E’ ammirandola che riesco ad intuire come il Canova infonde (…e fonde) nella materia la morbidezza della vera carne. Ebe, la coppiera degli Dei avanza con la leggerezza di una danzatrice dal passo leggiadro, in un perfetto e armonico bilanciamento del movimento delle braccia e delle gambe mentre la tunica si appiattisce rendendo visibili le luminosissime modulazioni del seno. I panneggi che ne formano la veste accentuano le perfette forme del corpo e sembrano sospinti da un invisibile vento. Grazia e bellezza formano un tutt’uno con l’effetto di moto simile ad un volo.

Nella DANZATRICE COL DITO AL MENTO, Canova persegue il motivo dinamico della danza e nuovamente ritroviamo lo splendore di seta di un corpo femminile che rivela una perfezione superba.

Nella scultura di PAOLINA BORGHESE, sorella dell’Imperatore Napoleone Bonaparte, il Canova rappresenta la bellezza trionfante della donna traendo spunto dal racconto mitologico del giudizio che Paride fu chiamato ad emettere su quale delle tre dee, Era, Atena e Afrodite fosse la più bella meritando così il “pomo d’oro”. Paride, naturalmente scelse l’ultima, Afrodite, la dea dell’Amore. Paolina è raffigurata, infatti con il pomo vinto nella mano sinistra.

Ed ecco AMORE E PSICHE ispirato alla favola antica di Apuleio quando Eros risveglia Psiche. Anche questa è una scena dove i protagonisti si abbracciano con infinita grazia e naturalezza.  Ancora una volta lo scultore imprime al marmo la leggerezza delle ali spiegate di Amore, sottilissime e quasi impalpabili. I gesti, delicati ed espressivi ben si completano con i movimenti aggraziati e sciolti che fermano il tempo trattenendolo in un “attimo sublime”.

Ed è nelle GRAZIE che ritroviamo l'effetto fugace di una danza. Le tre dee vengono raffigurate nude e abbracciate nella posizione circolare. L’incrociarsi armonioso delle figure, come un senso di abbandono inducono quasi ad un atto di sensualità e affetti corrisposti.

Nella VENERE ITALICA, tanto amata dal Foscolo, ritroviamo la ricerca del bello ideale. La dea è colta nell’attimo in cui esce dal bagno e, pudicamente, si copre con un drappo.

 

Ma come si può restare insensibili di fronte alla MADDALENA PENITENTE? Figura di un’emblematica raffinatezza, estremamente composta nel suo dolore, silenziosamente afflitta, in rigorosa meditazione accanto ad un teschio. Solitamente, si sa, la Maddalena conduce una vita da peccatrice e qui è scolpita nell’attimo del pentimento. La scena è di un profondo realismo e quasi si possono vedere le lacrime scorrere lungo le guance. Indubbiamente vera e palpabile con la pelle illuminata dall’accarezzante luce è sicuramente immagine di estrema bellezza da contemplare.

E lascio fluire l'Emozione....Buona Domenica amici!

 

Francesca

scritto da francesca il 12 04 2018

Non so se a casa vostra è successo come a casa mia, nel senso che quando bisognava fare un acquisto che impegnava l’economia domestica, ad esempio  il frigorifero, la lavatrice o un mobile, una delle caratteristiche che veniva ritenuta imprescindibile nella scelta del prodotto da acquistare era la robustezza, la sua capacità di durare nel tempo. 

Soltanto i ricchi possono permettersi il lusso di sprecare, diceva mia nonna. Tutti gli altri invece, quelli insomma come noi che ricchi non erano affatto, quando un prodotto cominciava a perdere colpi chiamavano il tecnico per riparare.

Si cambiavano il motore del frigo se non raffreddava più bene, si sostituiva la guarnizione dell’oblò della lavatrice per evitare che il pavimento si allagasse ad ogni centrifuga, le scarpe venivano risuolate, ai maglioni e alle giacche da uomo venivano aggiunte toppe copri-gomito per nascondere le parti consunte, le stesse toppe che si applicavano ai pantaloncini dei bambini quando spuntava il solito buchetto all’altezza del ginocchio.

   

Ricordate? Il paese intero pullulava di artigiani che erano in grado di riparare e allungare la vita alla maggior parte dei beni di consumo che popolavano, in giusta misura, le nostre vite.

Eppure oggi, neppure i più nostalgici tra noi, tornerebbero a quei tempi perché erano tempi di privazioni , eravamo molto più poveri di adesso. Però erano anche tempi in cui, proprio perché avevamo di meno di quanto abbiamo adesso, sapevamo assegnare il giusto valore alle cose.

Oggi abbiamo almeno dieci volte di più di allora. Quante scarpe, quanti vestiti riempiono il nostro guardaroba? Sicuramente più di quanti ce ne occorrono.

Siamo abituati all’idea che gli elettrodomestici vadano cambiati magari molto tempo prima che abbiano terminato la loro vita produttiva soltanto perché hanno qualche anno, mica perché non possano durare ancora.

Nella società del consumo di massa è la velocità di innovazione del prodotto la costante, non la sua durata. Ma attenzione, innovazione riguarda spesso soltanto l’aspetto del design, non quello della funzionalità.

Quello che conta è possedere il nuovo modello, l’ultimo immesso sul mercato.

La pubblicità dei prodotti di marketing che spesso governa il mercato creando bisogni lì dove non ci sono, si è adeguata. Compriamo quel prodotto anziché quell’altro perché è un must have, come dicono gli americani, cioè una cosa che non si può non avere. Non importa se il modello precedente va benissimo , occorre cambiarlo per non sentirsi un passo indietro agli altri.

Alcune aziende avrebbero trovato la “quadra del cerchio” diciamo, e fanno morire prima i propri prodotti anche se potrebbero vivere di più, per spingere gli acquirenti a sostitiuirli naturalmente. E’ arrivato il nuovo modello, buttate quello vecchio tanto tra poco comunque sarebbe morto.

 

 

I nostri bisogni al consumo dei beni voluttuari, non sono bisogni reali ma bisogni indotti dalla pubblicità martellante quotidiana.

Il modello di smartphone che abbiamo è più che sufficiente per assolvere alle funzioni che abbiamo acquistato, pagandole care fra l’altro.  Che bisogno c’è di cambiarlo? Il bisogno appunto indotto che se non possiamo sfoggiare l’ultimo modello non facciamo parte della comunità di eletti che si riconoscono attraverso un marchio, un brand .

Pirandello aveva ragione quando diceva che la vera ricchezza, la vera felicità consiste nell’avere pochi bisogni.

Ma allora si era in tempi analogici, mica digitali.

 

Francesca

scritto da francesca il 10 04 2018

Diciamo la verità,  i poveri sono davvero fastidiosi, mettono a disagio con la sola presenza, costringono tutti quelli che non vivono in condizioni disagiate come loro, a farsi scomodi esami di coscienza. Cosa pretendono i poveri con l’ostentazione sfacciata dei loro bisogni, la continua denuncia delle loro necessità, i segni della differenza sociale ostentati come stigmate? Un po’ di contegno insomma, che stiano al posto loro, che restino nei loro quartieri, nelle loro periferie, che spingano il carrello nei discounts di borgata e non diano fastidio.

 

E anche i disabili in fondo, ammettiamolo, con tutte le loro esigenze, le rivendicazioni, le pretese di accettazione, l’abbattimento delle barriere architettoniche, i percorsi scolastici dedicati a loro.

 

Insomma, Ugo Foscolo espresse così questo fastidio: " la povertà è vergogna che nessun merito lava. E’ diritto non perseguitato dalla legge ma perseguitato più crudelmente dal mondo".

 

La povertà è diventata una colpa, una vergogna, di questi tempi, uno stigma sociale. Come la differenza fisica, la diversità, che mette così a disagio i normodotati. Questo sembra almeno l’orientamento inconfessato di alcuni tra i migliori licei classici di alcune città del nostro Paese che alla ricerca degli studenti pubblicizzano la loro scuola nei siti del Ministero dell’Istruzione con toni tra il classista e il razzista. E l’ansia di mostrare che nelle loro scuole non ci sono impedimenti alla didattica normale e al raggiungimento degli obiettivi scolastici. I toni utilizzati da questi Istituti  sono quelli da razza superiore che rassicura i genitori dei quartieri bene che tra le mura delle loro scuole non ci sono né poveri, né nomadi, né stranieri, né disabili. Insomma, si tratta di scuole che ci tengono a mostrarsi come luoghi esclusivi per gente esclusiva. E lo dicono senza vergogna, senza neanche rendersi conto di quello che scrivono.

 

Ho letto alcune pubblicità su licei famosi locati in diverse città italiane. Sentite qua:

 

Liceo di Roma: "L’essere il liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidati. Le famiglie che scelgono questo liceo sono di estrazione medio-alto-borghese per lo più residenti in centro ma anche provenienti da diversi quartieri richiamati dalla fama del liceo. (Ed ecco la "perla"): Tutti gli studenti, tranne un paio, sono di nazionalità italiana e nessuno di loro è disabile".

   

Capito che roba? Manca solo che scrivano che sono di pelle bianca, razza ariana purissima.

 

Ma continuiamo la lettura.

 

Liceo di Genova: "Il contesto socio economico e culturale propriamente di livello medio alto, e l’assenza di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale , come ad esempio nomadi o studenti particolarmente svantaggiati, costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo scuola famiglia".

 

Ma che vuol dire tutto questo? Significa, in soldini, iscrivete pure qui da noi i vostri figli perché qui ci sono solo ricchi, non ci sono né figli di poveri né studenti disabili. E ancora: Se siete poveri non iscrivete da noi i vostri figli perchè si troverebbero a disagio. Poi, forse presi da un lievissimo senso di colpa, precisano: " scusate abbiamo una decina di figli di disgraziati portieri e custodi, di cui purtroppo non sappiamo come liberarci, ma sono pochi però vi garantiamo che faremo del nostro meglio perché non vi diano fastidio".

   

Sono così sfacciatamente classiste queste pubblicità che violano la Costituzione negando il ruolo che la scuola pubblica dovrebbe avere.

Io sono sempre andata a scuola negli Istituti frequentati sia dal basso proletariato che dalla borghesia milanese, ma studiavamo e crescevamo tutti insieme nella unità ed integrazione totale.

 

Ma come diceva Giovenale, si sa che, la reputazione e il credito dipendono soltanto dai quattrini che uno ha in cassaforte.

   

Francesca

scritto da francesca il 5 04 2018

Il Circo che meraviglia !

Nell'era delle iper-comunicazioni e iper-digitazioni andare al Circo può sembrare retrò, fuori moda o folle.

Siamo abituati a stare attaccati allo smartphone, tablet, tv, pc.

Sembra strano eppure è così, smanettiamo, clicchiamo continuamente su qualsiasi cosa ci capiti sotto agli occhi, chattiamo con tante persone, il più delle volte sconosciute, ma siamo sempre più soli.

Soli con noi stessi, con le nostre dita intente a digitare le lettere sulla tastiera per comporne frasi.

Andare al Circo mi ha fatto tornare bambina, due ore di risate, due ore  durante le quali non ho pensato a nulla.

Mi è sembrato di entrare in un altro mondo, non ero la nonna ma l'amichetta dei miei nipotini, si è scatenato in me il lato infantile, quella parte emozionale che tutti abbiamo dentro.

Un insieme di ricordi e sensazioni dimenticate. Qualcosa di meraviglioso che io, quasi ottantenne, non pensavo di provare.

Entrare sotto quell'enorme tendone è stato come ritrovarmi in un luogo incantevole, l'odore del Circo è particolare. I miei nipotini, però, hanno subito percepito il profumo dei popcorn, è bastata un'occhiata per capirci e Linda, Diego e Nonna avevano tra le mani il loro bicchiere.

Ero felice io ma anche loro.

Il Circo parla ai bambini, ma non solo. Gli spettatori non sono solo tali ma partecipano anche allo spettacolo.

Ecco, si spengono le luci, la musica aumenta di volume, silenzio... arriva il presentatore, lo spettacolo comincia.

Clown, trapezisti, maghi, illusionisti, domatori di tigri e cavalli, giocolieri, acrobati, ballerine ecc...

Gli artisti circensi sono capaci di fare tutto senza 3D o informatiche.

Tutto al Circo è autentico e reale mentre là fuori, nel mondo siamo schiavizzati da cellulari e computer, programmati per essere condizionanti, per relegarci alla solitudine senza vere relazioni.

Penso al passato quando i nostri genitori ci portavano al Circo, gli adulti erano adulti non c'erano tablet, tv o pc, c'erano persone intorno a noi, soltanto loro. Tutta la società, allora, era centralizzata sui bambini.

Avevamo poco o niente ma si era felici. L'essere ritornata oggi al Circo mi ha fatto riflettere anche su questo.

 

Alba